Merlino Francesco Saverio, “La Difesa di Gaetano Bresci”

Edito da L’Aurora-Club, Paterson, 1903, 17 p., Terza Edizione

Pubblicato prima sul giornale “Pensiero, rivista di sociologia, arte e letteratura” e poi come opuscolo da “L’Aurora-Club” di Paterson, l’arringa di Merlino è una testimonianza sulla repressione governativa italiana ai danni degli anarchici e una disanima sulle differenze tra vendetta e giustizia di un processo farsa montato ad arte per condannare immediatamente Bresci.
Questa arringa venne utilizzata come materiale di propaganda da parte dei vari anarchici per dimostrare, per l’ennesima volta, le fallacie e la faccia repressiva dello Stato.

Link Download: https://mega.nz/file/PQJBja5A#HEwAlXPPxcYGVwCBYQBKR0AJd5QqluIgmQUquhgt2Wo

Note dell’Archivio
-Estratto dal “Pensiero, rivista di sociologia, arte e letteratura,” Roma, Num. 11-12 del 25 dicembre 1903. Terza Edizione, Stampato a Paterson.

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Merlino Francesco Saverio, “La Difesa di Gaetano Bresci”

Cipriani Amilcare, “Bresci e Savoia. Il regicidio”

Edito da Libreria Sociologica, Paterson (New Jersey, USA), [1901], 40 p.

PREFAZIONE
Appena l’eco del fatto di Monza si propagò, dovunque fu una ridda dei conservatori di tutte le tinte, dai reazionari ai radicali, ai repubblicani, ai socialisti, secondati e spinti dalla stampa quotidiana d’ogni colore, per diffamare, denunziare gli anarchici, chiederne la testa per vendicare il loro re, di cui scoprirono e proprio allora le straordinarie virtù. In mezzo al clamore, alle grida d’ira e di vendetta, in mezzo al mercato di tanti piagnistei pochi furono coloro che non ne rimasero sopraffatti e che mantennero intatto il loro sangue freddo, il loro raziocinio e meno ancora quelli che ebbero il coraggio di analizzare il fatto, di mostrarlo nella sua vera luce e di esprimere la loro simpatia e la loro ammirazione per Gaetano Bresci. Fra questi pochi, anzi quasi unico, fu Amilcare Cipriani. Egli, appena saputo dell’uccisione di re Umberto, disse ciò che ne pensava su varii giornali francesi, tirandosi addosso l’ira della feroce stampa reazionaria d’Italia, che chiese la sua estradizione; poi pubblicò l’opuscolo: Il Regicidio.
In questo breve scritto, gettato giù con tutta la sincerità d’un vero rivoluzionario, Cipriani ha risposto ai suoi detrattori e dimostrato vittoriosamente, colla storia alla mano, che il regicidio non è un delitto anarchico, ma che è un mezzo di vendetta e di liberazione che risale ai più antichi tempi, di cui perfino nelle scuole si fa l’apologia e che i patrioti che oggi versano tante lagrime e sputano tanto veleno, ieri lo praticarono e quindi lo esaltarono nel loro interesse. Accennato brevemente alle colpe di Casa Savoia e di re Umberto, rivela la figura di Bresci, mettendone in luce il coraggio, la dignità, la fierezza, dimostrando tutta la sua simpatia pel forte tessitore di Prato che chiama un eroe e a cui dice: bravo! È confortante, in mezzo a tanti piagnistei più o meno interessati, più o meno codardi, sentire la parola genuina e franca di un uomo rimasto sinceramente rivoluzionario. Amilcare Cipriani non è anarchico, lo si comprende bene dal suo opuscolo, come lo si sa dalla sua linea di condotta, dalla sua partecipazione alle lotte elettorali, ai congressi socialisti, ecc. ecc.; ma bisogna confessare che, fortunatamente, non è neppure da confondersi con quei socialisti che del socialismo conservano solo il nome. Questo diciamo per rilevare il suo spirito indipendente e che lo onora. Ci ha fatto, quindi, sommo piacere che da lui sia partita così efficace risposta a falsi umanitari di Italia e di fuori, qual é il Regicidio, di cui pubblichiamo la fedele traduzione, convinti di compiere opera utile, doverosa ed onesta. Utile per le verità incontestabili che lo scritto contiene, doverosa perchè rende giustizia al tanto calunniato, insultato ribelle di Monza, onesta perchè è l’espressione di tutti coloro che non si lasciarono traviare dalle declamazioni e che in Cipriani trovarono il loro interprete. Leggano i compagni, gli amici, i lavoratori tutti questo opuscolo e poi dicano se è la fine di un tiranno che deve commuoverci, o la sorte del condannato, del torturato dagli aguzzini dei Savoia, del vindice dei massacrati di Sicilia, della Lunigiana, di Milano, degli affamati di tutta Italia: Gaetano Bresci.

Link Download: https://mega.nz/file/CYQjwSAQ#0cr1Hcu9hp3hz3y4yPie2MgNkWXSspkhOSLDUrbTPu8

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Cipriani Amilcare, “Bresci e Savoia. Il regicidio”

Galzerano Giuseppe, “Gaetano Bresci. Vita, attentato, processo, carcere e morte dell’anarchico che giustiziò Umberto I”

Edito da Galzerano Editore, Salerno, Aprile 2001, 1096 p., Seconda Edizione Riveduta e Corretta.

Diversamente dalla storiografia ufficiale che ha sostenuto la tesi del complotto anarchico – che polizia e magistratura, nonostante lo zelo e le persecuzioni, gli arresti di massa, non riuscirono a provare – questo volume riconosce e documenta l’atto solitario e coraggioso di Bresci. Il libro, oltre a contribuire a una maggiore conoscenza di un avvenimento che chiuse un’epoca di sangue proletario e di cannonate sabaude, offre una ennesima testimonianza di grande interesse sociale, culturale, politico e umano sull’attività degli emigrati anarchici italiani negli Stati Uniti.

Link Download: https://mega.nz/file/DcIHDCYD#1gpJA1WAS824kIl5gF5Nx-p3ZrZlzqETV8dZVwwY4XY

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Galzerano Giuseppe, “Gaetano Bresci. Vita, attentato, processo, carcere e morte dell’anarchico che giustiziò Umberto I”

(a cura di) Bettoli Gianluigi, La Guerra di Spagna attraverso gli articoli e le lettere degli antifascisti e dei garibaldini del Pordenonese

Edito a Pordenone, 2008, 146 p.

Introduzione di Gabriele Donato
È un orgoglio per me poter ricordare stamattina, grazie all’invito dell’Anpi di Sacile, la straordinaria decisione di decine e decine di friulani di partire, dopo il 1936, alla volta della Spagna per combattere il fascismo, che in quel paese si stava affermando grazie alla ribellione dell’esercito guidata da Francisco Franco. I friulani furono solo una piccola parte, ma estremamente significativa, delle decine di migliaia di volontari antifascisti che partirono da decine di paesi: solo gli italiani, nel complesso, furono circa 4 mila.
Un vero e proprio fiume di energie popolari confluite nella prima grande battaglia generale condotta, armi alla mano, in Europa contro il fascismo. L’intenzione era semplice: difendere il diritto dei popoli dello stato spagnolo a liberarsi dalle catene con le quali i latifondisti, la casta militare, la grande finanza e le gerarchie ecclesiastiche volevano continuare a tenerli intrappolati nella logica dello sfruttamento, “imprigionandone” la voglia di libertà. Si trattò di una straordinaria “migrazione”: un flusso di idealità e passioni, un’esplosione fragorosa di vero e proprio internazionalismo proletario; essa seppe travolgere le frontiere trasformando operai, contadini e intellettuali che parlavano linguaggi anche diversissimi in un’unica forza straordinaria. È possibile ricordare oggi l’impatto di quella forza ideale, l’eroismo di tanti volontari, evitando i riferimenti alle tante miserie dell’attualità in cui siamo immersi? Si tratterebbe di una reticenza ingiustificabile, e non pensiate che io mi riferisca esclusivamente all’esito delle recenti elezioni politiche, che hanno ricollocato al potere le forze di ispirazione conservatrice e reazionaria che allora non avrebbero esitato a schierarsi dalla parte del franchismo.
Penso anche ad altro: al rinnovato intensificarsi della campagna polemica contro i libri di storia scritti dagli “intellettuali di sinistra”, e anche ai fatti tragici che insanguinano le nostre città e che si legano al moltiplicarsi delle azioni squadristiche promosse dalle formazioni dell’estrema destra neofascista. Si tratta di due questioni completamente slegate l’una dall’altra? Per nulla, e lo dimostra proprio la vicenda drammatica di Verona: nella città in cui i neofascisti hanno assassinato un ragazzo, il sindaco leghista aveva proposto, circa un anno fa, che nel Consiglio direttivo dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione entrasse, a rappresentare il Comune, Andrea Miglioranzi, esponente di spicco dell’estrema destra cittadina, già condannato per reati connessi alla sua militanza neofascista.
I due ordini di problemi si legano, e il clima di intolleranza si alimenta anche della rozzezza revisionista con la quale si vorrebbe cancellare la memoria antifascista; d’altra parte, si farebbe fatica a capire, altrimenti, tutto l’accanimento con il quale l’antifascismo viene continuamente messo in discussione. Azzerare la memoria antifascista rimane, per le destre vecchie e nuove, una priorità, nella logica dell’azzeramento dei conflitti e del superamento delle diversità: nella logica dell’uniformizzazione passivizzante delle coscienze.
Questo è il motivo per cui spetta a noi il compito di riscoprire la funzione dei monumenti dedicati all’antifascismo: essi devono diventare i luoghi in cui rifiutare pubblicamente l’idea che la memoria collettiva possa risolversi in un generale patteggiamento in cui meriti e colpe, neutralizzandosi a vicenda, possano svanire. Con la stessa determinazione dobbiamo rifiutare l’idea di una storia ufficiale, imposta al paese dalla politica e dai partiti di governo: dobbiamo, invece, continuare a rivendicare con orgoglio la nostra memoria non pacificata, la nostra memoria indisponibile a scendere a patti con le ragioni di chi vuole cancellare le nostre ragioni.
Nessuna pacificazione, pertanto. Continuano ad esserci, oggi, motivi di conflitto che non possono essere occultati, così come esistevano settant’anni fa: allora da una parte c’era l’Italia di Mussolini, il quale mandò a supportare Franco 70 mila soldati, 800 aerei e 8 mila automezzi, solo per citare alcune cifre; dall’altra c’era l’Italia dei volontari antifascisti, perseguitati e costretti in maggioranza a vivere in esilio, l’Italia di Carlo Rosselli, di cui voglio citare alcune parole celeberrime:
«In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che, avendo perduta la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Spagna, fucile alla mano. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. È con questa speranza segreta che siamo accorsi in Spagna. Oggi qui, domani in Italia».
La libertà in Italia era andata perduta quindici anni prima, e nel maggio del 1936 il regime mussoliniano poteva vantare il proprio massimo successo d’immagine: la proclamazione dell’Impero a seguito della vittoriosa campagna d’Africa. Per gli antifascisti tutto sembrava irrimediabilmente perduto, e gli anni che trascorsero dal 1934 al 1936 furono gli anni di maggior crisi per le organizzazioni intenzionate ad animare forme di opposizione clandestina al regime. Ma le difficoltà di quella crisi si tramutarono in voglia di rivincita, voglia che riprese rapidamente a diffondersi proprio con l’arrivo, in Italia, delle prime notizie riguardanti la lotta armata con quale la Spagna proletaria stava cercando di opporsi alla ribellione militare di Franco.
Furono le questure, in Italia, a registrare rapidamente la diffusione di umori nuovi presso gli ambienti popolari, tradizionalmente renitenti a farsi travolgere dalla retorica del fascismo; un agente della questura di Udine, per esempio, segnalò preoccupato ai suoi superiori un commento che aveva ascoltato presso un cantiere in cui era intervenuto per bloccare sul nascere una protesta contro le cattive condizioni di lavoro: “Lavoreremo sempre così finché non vengono i rossi dalla Spagna, e mi pare che stanno per arrivare”.
I sentimenti antifascisti facevano ancora fatica a tradursi in una lotta attiva e articolata, ma la fiducia che la lotta contro il fascismo potesse affermarsi altrove iniziava a generare speranze e aspettative; le autorità parlavano preoccupate di “una forma spicciola di propaganda sovversiva, estremamente pericolosa perché intesa a creare dubbi”. Le loro preoccupazioni crescenti alimentarono una ripresa dell’attività repressiva, direttamente proporzionale alla ripresa dell’attività che definivano come “sovversiva”: se, infatti, nel 1937 le condanne del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato erano state “solo” 172, nel 1938 furono 310, e nel 1939 365; l’opposizione al fascismo, anche grazie ai fatti di Spagna, aveva ripreso a farsi sentire.
La vittoria non arrivò, tuttavia, nemmeno dalla Spagna: fra il gennaio e il marzo del 1939 i franchisti entrarono a Barcellona e a Madrid, baluardi fino a quel momento delle forze repubblicane; venne scatenata una repressione feroce contro i combattenti antifranchisti, e il regime che si insediò potè pure contare sulla “benedizione” del papa di allora, Pio XII. La guerra civile spagnola, tuttavia, non fu solo il luogo di una sconfitta: fu un palestra straordinaria di combattimento, e gli antifascisti che vi si addestrarono sarebbero poi diventati la spina dorsale della Resistenza in Italia.
Ma chi erano quegli antifascisti? Erano azionisti, erano socialisti, erano anarchici, erano soprattutto comunisti: dovremmo forse essere imbarazzati per quest’ultimo fatto? Dovremmo parlare a voce bassa di quei combattenti a causa delle loro convinzioni politiche? Il revisionismo d’ispirazione conservatrice vorrebbe convincerci proprio di questo: vorrebbe persuaderci del fatto che l’antifascismo sarebbe stato allora irrimediabilmente inquinato dalla presenza ingombrante dei comunisti; anche contro questo tentativo abbiamo il dovere di reagire, in quanto l’intenzione che sta alla base di quest’operazione di rilettura della storia è chiara: se il comunismo viene considerato un male assoluto, coloro che l’hanno combattuto meritano di essere onorati alla stregua di combattenti per la libertà; in questo modo – è fin troppo evidente – si creano le condizioni per riabilitare non solo i franchisti, ma anche i repubblichini.
Stravolgere il passato, in altre parole, per rendere più digeribile un presente inquietante, in cui sta diventando possibile riempire di onori quanti si sono macchiati dei crimini peggiori in nome dell’anticomunismo; d’altra parte, da dove scaturiva la ferocia dei franchisti se non dall’anticomunismo più accanito? Si erano dati il compito di “fare pulizia”, limpieza, come dicevano: “Dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere, così il Paese sarà ripulito e ci difenderemo dal proletariato”. Queste erano le loro “idealità”, condivise dai fascisti di tutta Europa e valorizzate dalle destre di oggi, ossessionate dall’idea di recuperare e glorificare il passato da cui provengono.
Noi abbiamo il compito di reagire: l’anticomunismo, che poi altro non è che astio nei confronti delle aspirazioni dei più deboli, ostilità nei confronti delle speranze degli oppressi, non deve essere accettato come il valore supremo da celebrare con nuovi libri di testo, con nuove date commemorative, con nuovi eroi nazionali. Tale virulenza serve a demolire la forza dei valori per cui i combattenti che oggi ricordiamo non hanno smesso d’impegnarsi, nemmeno di fronte al rischio più terribile, quello della morte. Ecco perché i “nostri” monumenti oggi sono più preziosi che mai: è di fronte ad essi che gli antifascisti devono rialzare la testa; è per questo che quelli che esistono già devono essere riscoperti, e altri devono essere costruiti, con il cuore pieno della passione che animò i combattenti di Spagna, e a cui uno di loro, Buenaventura Durruti, nel 1936 ha dato voce con queste straordinarie parole:
«Non dovete dimenticare che noi sappiamo anche costruire. Siamo noi che costruiamo questi palazzi e le città, qui in Spagna e in America e ovunque. Noi, i lavoratori, possiamo costruire altri edifici al posto di quelli distrutti, edifici anche migliori. Noi non siamo affatto spaventati dalle rovine. Noi stiamo per ereditare la terra. Non c’è il benché minimo dubbio su ciò. La borghesia può soffiare e distruggere il suo mondo prima di abbandonare le pagine della storia. Noi portiamo un mondo nuovo qui nel nostro cuore. Questo mondo sta crescendo anche in questo momento»

Link Download: https://mega.nz/file/nNxzBYSA#EeauM9HY7CqkPpE3HkNaGktBPu7YyUgNuFwCUkOj9i4

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su (a cura di) Bettoli Gianluigi, La Guerra di Spagna attraverso gli articoli e le lettere degli antifascisti e dei garibaldini del Pordenonese

Botticchio Franco Massimo – Anarchici e abruzzesi in Spagna. Per una teoria della catastrofe in ambito inarticolato

Aleph Editrice, Luco dei Marsi (Aq), 2017, 16 p.

Nell’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Cieri e Luigi Trapasso, e di tutti gli altri. Aleph editrice propone un modesto opuscolo di Franco Massimo Botticchio, tratto da un modesto intervento, su di un oggetto “impossibile”

Link: https://mega.nz/file/zAxVXKiY#I7Dugb5rDSEUP4XzYV0IJ15kza2CRuquKB-08GRCVkY

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Botticchio Franco Massimo – Anarchici e abruzzesi in Spagna. Per una teoria della catastrofe in ambito inarticolato

Anonimo – La cuoca di Buenaventura Durruti. La cucina spagnola al tempo della guerra civile. Ricette e ricordi.

Derive Approdi, Roma, 2005, 203 p.

“La cuoca di Durruti” è il diario di una giovane donna tra il 1932 e il 1939, gli anni della “guerra civile” in Spagna, che segnano una delle più tragiche stagioni del mondo moderno. Ma sono anche gli anni che nutrono le più diffuse speranze di libertà e i più grandi sogni di uguaglianza. A descrivere questo tempo è Nadine, una militante rivoluzionaria della colonna Durruti. Un’osservatrice anomala che riesce sapientemente a intrecciare il racconto delle passioni che animarono i combattenti, i limiti e le illusioni delle loro strategie, i tradimenti di cui furono vittime e la straordinaria esperienza di cui furono protagonisti. Nadine è l’emblema di una generazione che ha scelto di fondere la propria vita con gli ideali in cui ha creduto.

Link: https://mega.nz/file/aAxz3SwQ#nR1twqZgtQdG8l_mvsKSjG5yx8uVqe2mBCdbBB9jx6A

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Anonimo – La cuoca di Buenaventura Durruti. La cucina spagnola al tempo della guerra civile. Ricette e ricordi.

Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso

Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento di Storie e Culture del Testo e del Documento, 2010, 410 p.

Questo lavoro ripercorre le vicende della Sezione Italiana della Colonna Ascaso, il primo gruppo di antifascisti italiani ad organizzarsi nel corso della guerra civile spagnola. I promotori di quest’esperienza furono Camillo Berneri, intellettuale libertario, e Carlo Rosselli, leader e fondatore del movimento Giustizia e Libertà.
La Sezione Italiana combatté sul fronte aragonese tra l’agosto del 1936 e l’aprile dell’anno successivo; in questa colonna si arruolarono anarchici, giellisti, comunisti, socialisti e repubblicani. Dopo aver fatto un sommario “ritratto” dei membri del gruppo, si è deciso di investigare le radici profonde della loro scelta volontaristica. Si è quindi andati ai primi anni ’20 e all’avvento al potere del fascismo, quando i futuri partecipanti alla sezione italiana dovettero confrontarsi con le violenze squadriste e maturarono una precoce scelta dell’esilio. La memoria traumatica delle violenze e delle vessazioni subite durante questo periodo avrebbe giocato un ruolo decisivo nelle scelte che si sarebbero fatte a partire dall’estate del ’36.
La nostra analisi si è quindi spostata sugli anni dell’esilio, quando, i futuri volontari, si dovettero confrontare con le difficili condizioni della vita degli esuli politici. Come esempio paradigmatico si è approfondito l’analisi delle vicende della comunità libertaria toscana a Marsiglia. Fu inoltre durante questi anni che le due principali famiglie politiche della Sezione Italiana, quella giellista e quella libertaria, ebbero modo di conoscersi e di confrontarsi. L’ultima parte della tesi è dedicata al periodo spagnolo: la difficile vita al fronte, le tensioni politiche in seno al gruppo, i rapporti tesi con i comandi militari spagnoli, la complicata convivenza con l’esperienza delle Brigate Internazionali sono alcuni degli aspetti che si sono privilegiati nella
nostra analisi.
Il lavoro si chiude con l’abbandono di GL (gennaio ’37) e lo scioglimento della Sezione Italiana (aprile ’37); dopo i fatti del maggio ’37 molti reduci del gruppo, in maggior parte anarchici, rimasero coinvolti nella repressione di cui fu vittima il movimento libertario spagnolo. In conclusione, quello spagnolo oltre a rivelarsi un periodo importante nei vari percorsi individuali attraverso l’antifascismo, rappresentò anche la definitiva presa di coscienza delle tensioni che agitavano le stesse forze politiche antifasciste.

Link: https://mega.nz/file/GAw3EKRB#zxCSEW8T5hDLmfWnnHFmNEUxth-zTzccEJhlwCIopxY

Pubblicato in Tesi di Laurea | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso

AA.VV. – Immagini nemiche. La guerra civile spagnola e le sue rappresentazioni (1936-1939).

Editrice Compositori, Bologna, 1999, 436 pag.

A sessant’anni dal suo epilogo continuiamo ad interrogarci sulla guerra civile spagnola. Giunti alla svolta di un secolo, che molti considerano già concluso tra la stagione della crisi petrolifera e il crollo dei regimi comunisti, siamo più che mai invitati a riflettere sul senso di questa nostra epoca e a confrontarci con la complessità tragica della vicenda spagnola, segnata dall’idealità e dall’ideologia in cui si intrecciano le lotte per il potere e le lotte per la terra, le battaglie per la dignità di milioni di uomini e donne in Spagna e altrove. Guerra antifascista, guerra nazionale, guerra rivoluzionaria, guerra sociale, guerra per la democrazia, guerra antibolscevica, crociata per la fede: anche nella pluralità delle definizioni che le parti avverse e gli osservatori contemporanei mettono in campo è la novità, propria del Novecento, di un conflitto fratricida e insieme internazionale. Tra comunismo, fascismo e democrazia si schierano i protagonisti di quella più vasta “guerra civile” che attraversa la storia europea nei decenni delle due guerre mondiali.
Recenti analisi storiografiche, che mirano a rivalutare il franchismo nella cornice di un processo più ampio di revisione di tutto il Novecento, al di fuori della semplice antitesi comunismo-anticomunismo, non hanno, d’altro canto, condotto ad una comprensione più adeguata e interna della guerra civile spagnola. Ma anche da esse emerge che ogni giudizio critico sul Novecento deve misurarsi con il dramma spagnolo. Vero è che la mostra, di cui questo catalogo rappresenta l’introduzione, non vuole essere né un capitolo di tale dibattito storiografico, né una illustrazione documentaria, sia pure ricca, e forse più nuova,rispetto ad altre imprese espositive. Come spiegano Luisa Cigognetti e Pierre Sorlin nel loro saggio, essa si propone di rappresentare criticamente una peculiarità della vicenda spagnola, quella della informazione e della comunicazione collettiva, con le nuove tecniche della propaganda e della suggestione iconografica in cui gli eventi e gli uomini si trasformano in immagini, divengono strumenti di una nuova retorica convertita in ideologia. La fotografia, la cinematografia documentaria e quella di fantasia, i manifesti e i volantini, i giornali e i rotocalchi, la memorialistica e la narrativa, i saggi e libelli politici, le cartoline e i francobolli: tutto serve per “raccontare” la guerra e quasi continuarla, tra consenso e rifiuto, con i miti dell’iperbole tragica o epica, con la forza ossessiva di un coinvolgimento che vuole riaffermare la fede nella democrazia o quella nel fascismo. E sono strategie differenti, anche quando si appellano a tecniche e processi artistici comuni, con esiti che riflettono insieme il gioco del gusto e della cultura in una nuova civiltà di massa. Così il nostro intendimento è stato quello di riproporre, ordinata intorno ad alcuni temi o nuclei principali, la varietà delle forme e delle procedure rappresentative che hanno accompagnato la guerra di Spagna, con gli “sguardi divisi” dei fotografi e dei cineoperatori, con le voci contrapposte dei giornalisti e degli scrittori, con le “immagini nemiche” degli artisti e dei modellatori politici del consenso emotivo o del pathos civile. Anche la ricezione fa parte di un grande evento storico e ne è quasi un complemento.
Il nostro lavoro ha tratto origine da una proposta dell’Istituto regionale “Ferruccio Parri” – che aveva già rivolto la sua attenzione alla guerra civile spagnola organizzando nel 1987 un convegno e dedicandovi uno dei suoi “Annali”, a cura di Luciano Casali -a cui si è associato l’Istituto regionale per i beni artistici, culturali e naturali. Alla sua base è l’acquisizione, da parte dell’Istituto Parri, dello schedario e dell’archivio dell’Associazione dei Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna (descritto qui da Luigi Arbizzani) e di circa 300 fotografie aeree scattate nel 1937-1938 dai veivoli dell’aviazione legionaria delle Baleari, ossia dall’aviazione italiana inviata a sostegno delle forze nazionalistiche.
Di qui si è strutturato il lavoro di ricerca dell’Istituto per i beni culturali, raccogliendo materiali fotografici, cinematografici, iconografici e a stampa, oltre a documenti di archivio da diversi paesi europei, dalla Spagna sino alla Russia, per molta parte ancora ignoti in Italia.

Link: https://mega.nz/file/qdxnkATD#-SAWqrBHYBCfNqxGGC9kuKbuxsx9-XnszSzavlQOfDI

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su AA.VV. – Immagini nemiche. La guerra civile spagnola e le sue rappresentazioni (1936-1939).

Germinal 1936-1956. Ventennale della Rivoluzione Spagnola. Numero Unico a cura della Federazione Anarchica Giuliana

Numero unico, Trieste, luglio 1956, pag 6.

Link Download:

https://mega.nz/file/HD4RHYSC#BAklEb5u2m6ubBkgnJkm8lIYd_BsYNjiPomq_HcydU4

Pubblicato in Giornali e Riviste | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Germinal 1936-1956. Ventennale della Rivoluzione Spagnola. Numero Unico a cura della Federazione Anarchica Giuliana

Mera Cipriano, Rivoluzione armata in Spagna. Memorie di un anarco-sindacalista.

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1978, 496 p.

Prefazione di Andrea Chersi
Questo libro, scarno e poco « letterario », con ripetizioni, periodi brevi e vacillanti a volte, ha forse i suoi pregi nella forma in cui è stato scritto dall’autore o meglio forse curato e preparato sugli appunti suoi.
Scritto da un « albanil », come orgogliosamente ammette l’autore, trovatosi alla fine della guerra, quasi casualmente, col grado di tenente colonnello al comando di un corpo d’armata. È questa una rivincita davanti al generale disprezzo, soprattutto in campo militare, verso gli anarcosindacalisti che fin dal primo momento rappresentarono invece la maggioranza delle forze mobilitate. Questo valoroso militante è morto il 24 ottobre del 1975 a St. Cloud, un mese prima di Franco. Da molto tempo risiedeva nei dintorni di Parigi, dove aveva ripreso il suo mestiere di muratore finché potè, continuando a dare il suo contributo al Movimento Libertario spagnolo in esilio, pur mantenendo uno spirito di autonomia che lo portò, insieme a molti altri militanti, a duri scontri con la burocrazia immobilista che dirige il Movimento in esilio (ne è prova la sua partecipazione alla fondazione del « Frente Libertario » ).
Testardamente, fino all’ultimo, rifiutò sempre di pubblicare in Spagna questo libro, anche dietro l’offerta di fortissime somme.
Proprio in concomitanza con l’assassinio « legale » del compagno Puig Antich, rifiutò seccamente ancora una volta qualsiasi proposta in tal senso. Grandissimo merito di questo libro è che contribuisce a combattere la montagna di menzogne dei libri e stalinisti e borghesi sulla guerra civile spagnola.
È un libro chiarissimo, in prima persona, in cui Mera racconta solamente ciò che vide e fece. Un libro chiarissimo anche per il lettore, nel bene e nel male. Quella sua conoscenza degli ambienti, dell’atmosfera, degli intrighi, gli permette di descrivere gustosamente negoziazioni, patti, accordi e porcherie tra generali, rappresentanti monarchici, socialisti e libertari.
Ma su due punti vorrei qui solamente fare un accenno: il primo è il grosso problema della questione militare nella guerra civile spagnola, per cui nessuno parla del periodo successivo alla militarizzazione, mentre un’abbondante letteratura esiste sull’opera degli anarchici nelle collettivizzazioni, sui primi episodi della lotta armata e della fase miliziana. Ma, e l’aspetto militare? È questa forse la prima testimonianza dell’attività militare degli anarchici e dei confederali alla lotta antifascista. Cipriano Mera fu uno dei protagonisti della spinosa questione della militarizzazione delle Milizie Volontarie. Certo, fu lui a sostenerla come necessaria, come unica soluzione, per avere un « esercito ancor meglio organizzato di quello nemico », senza distinzioni di partito, con una disciplina di ferro.
Ne nacque una tremenda polemica che è durata nella letteratura anarchica e che dura tutt’ora (vedi Santilldn, Semprun Maura, ecc.), ma occorre tener presente che, come scrive lui stesso, egli all’inizio fu sempre strenuo sostenitore della guerra per bande, la guerra tradizionale e vittoriosa degli spagnoli contro i francesi di Napoleone. Oggi si continua ad affermare che Mera è stato uno degli artefici della militarizzazione. Ma dopo la decisione dei « ministri anarchici » di far parte del governo, che altra soluzione poteva rimanere? Comunque, quando ormai il nemico è alle porte, è lui a riproporre i gruppi di guerriglia da infiltrare nelle linee nemiche. Curioso poi che la teoria delle « partidas » di « braudoleros » venga ripresa poi (nel ventennio ’40-60 soprattutto), e per massima parte, dai comunisti (v. Pons Predes, « Guerrillas espanolas 1936-1960 », Barcelona 1977).
Santilldn dice: « la nostra guerra non era una guerra di un esercito contro altri eserciti, ma l’azione armata di un popolo contro i suoi nemici ». È vero, ma poi anche Santillan si perde per strada con elucubrazioni su praticamente improbabili differenze tra guerra di Stato e guerra di popolo, sullo spirito che ne è alla base, eccetera e torna anch’egli alla guerriglia popolare antinapoleonica del XIX secolo come l’unico modello possibile di azione popolare.
In stretto legame con il problema della militarizzazione, c’è quello dell’oscuro affare Casado. Dice Ignacio Iglesias che Casado non avrebbe potuto far niente senza Cipriano Mera e i libertari.
In effetti, Mera fu uno (se non l’unico) strumento e l’artefice principale del volere di Casado, che costituì una Giunta per arrivare ad una « pace onorevole » coi fascisti. Dice sbrigativamente Vernon Richards: « a Mera l’uniforme andò alla testa ».
Il problema poi non è tanto quello della necessità o meno della militarizzazione, ma di come venne risolto, con atto autoritario e con l’avallo dei leaders carismatici che svolsero un ruolo « ambiguo ed equivoco ». Ci fu una prevaricazione ed una presa di decisioni da parte dei « capi » senza il controllo della base, cosa che fece sbottare il Berneri in un’accusa di « bolscevizzazione » della CNT che seguiva le decisioni prese in alto e volute dai consiglieri russi. Questi santoni della CNT furono dunque docili strumenti di mistificazione verso gli anarchici. Dei pompieri. Decisione che diede esca allo strapotere dei comunisti nella polizia e nell’ambito militare. E fu proprio Berneri l’unico a tentare di conciliar la necessità della guerra con lo spirito delle milizie, sostenendo un compromesso tra i princìpi « eterni » dell’anarchismo e la dominante frenesia militarista.
Rimane il fatto che, come dice Semprun Maura, si perdette la guerra perché non si volle fare la rivoluzione.
Perché Mera fu forse l’unico a scrivere sull’attività militare degli anarchici? Esisteva da parte degli anarchici una certa ripugnanza verso tutto ciò che ha a che fare col mondo militare. E si riteneva, da parte degli anarchici che parteciparono alla guerra spagnola, accidentale l’intervento nella lotta armata. Una specie di errore di cui meglio è non riparlare. Quindi si potè sviluppare la leggenda per cui la lotta armata fu sostenuta esclusivamente dai comunisti e quell’altra leggenda che sosteneva che gli anarchici erano tutti dediti all’ozio o litigavano o rubavano o scappavano davanti al nemico, mentre gli altri « patrioti » (i comunisti, naturalmente) combattevano e morivano. Resta il fatto che per sconfiggere militarmente i comunisti che erano alla difesa di Madrid, Mera ci metta appena un paio di giorni.
Il secondo punto è la sgradevole impressione che il libro lascia nel lettore quando descrive il periodo susseguente alla vittoria di Franco: l’estrema « correttezza » di molti funzionari franchisti, le proteste nelle carceri, la libertà di poterne uscire dietro « garanzie » rappresentate da compagni anarchici presso le autorità, la semi-libertà di cospirare. Certo, ci sono le centinaia, migliaia di assassina « legali », la vendetta compiuta a freddo, la tremenda repressione. Ma perché, dopo essere stato condannato a morte, proprio Mera viene liberato due anni dopo? Una mossa propagandistica, come sostiene lui? Un po’ eccessivo, mi pare. È questo un aspetto che lascia perplessi.
Avvincente è il racconto delle sue peregrinazioni in Africa del Nord, avventuroso viaggio senza meta, comune a tanti combattenti antifascisti. Il nostro Pio Turroni ha avuto un’odissea simile che l’ha portato a Casablanca (dov’era anche Mera) in giro per il mondo. (Ottimo contributo alla nostra storia sarebbe una sua autobiografia.)

Link Download: https://mega.nz/file/iQohXI7a#4cQZcgYeYHNvOMrYxvXS8CVoyMCv1fel31IKpJGdwUE

Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Guerra, exilio y carcel de un anarcosindacalista”, Editions Ruedo Iberico, Chàtillon-sous-Bagneux, 1976

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Mera Cipriano, Rivoluzione armata in Spagna. Memorie di un anarco-sindacalista.