Massafra Nicola, “Acracia.La Cultura popolare Libertaria spagnola nel racconto utopico e nel romanzo individualista.”

Tesi di laurea del Corso di laurea in Lingue e Letterature straniere, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Siena, Anno accademico 2007-2008

Introduzione all’Acracia
Tra il 1868 e la fine della guerra civile spagnola molti sono stati gli eventi che hanno sconvolto e cambiato inesorabilmente il volto della Spagna. Cambi radicali alcuni, più regolari altri sono avvenuti in tutte le manifestazioni umane: parliamo di cultura, di politica, di economia, di società, di costumi. Tutto viene messo in dubbio; la sorte del futuro è la posta in gioco. Nella penisola iberica più che in ogni altro paese della civile Europa si accusa e si percepisce questo rinnovamento della realtà, a volte duro, sempre necessario. Si parla di rivoluzione dei costumi, di diritti personali, di messa al bando di vecchi principi, di estinzione di assurdi privilegi, di repubblica e di socialismo.
La Spagna a cavallo tra „800 e „900 conosce una ondata di nuove culture e ideologie, alcune delle quali sempre sommerse in certi strati della società iberica. Tra queste emerge quell‟anarchista, la cultura e l‟idea libertaria si diffonderanno più che altrove e mostreranno il volto rivoluzionario del paese. Una cultura fatta di molteplici soggetti, da diversi punti di vista accomunati dall‟esaltazione della libertà sopra ogni cosa e da un estremo individualismo.
La diffusione dell‟idea, avvenuta in maniera naturale nel paese, si caratterizzò per la sua attitudine popolare e si basò sulla presa di coscienza dell‟uomo. Comunicare e diffondere messaggi ribelli, fomentare il libero pensiero e l‟individualità, ridare la dignità al popolo, ma più in generale al genere umano erano scopi fondamentali del libertario, che militava concretamente nella strada o utilizzava indistintamente la carta stampata. L‟acculturazione, arma del popolo per l‟emancipazione, divenne vitale preoccupazione, vera necessità da poter soddisfare in breve. L‟onnivoro consumo di letteratura edificante e la produzione di scritti politici e filosofici insieme alla letteratura d‟evasione, di canti, romanzi, di racconti per l‟infanzia, denotarono le caratteristiche dell‟ideale d‟uomo e della vita nella moderna società. Si rese popolare la produzione, e si nobilitò la figura dello scrittore “dilettante” che aveva come scopo ben altro che la pura distrazione letteraria, la fama o la fuga artistica dalla realtà.
Vedremo più da vicino la produzione artistica, la letteratura prodotta in anni in cui lo strumento culturale e divulgativo cominciavano a diffondersi per diventare prodotto di consumo. È ampiamente riconosciuta l‟abbondanza della produzione anarchista, che, sotto vari nomi può essere analizzata come importante opera della cultura popolare ispanica che a volte sfiorava quell‟eccelsa, quell‟ufficiale. In un paese in cui si cercò di sostituire il parlamento con l‟auto governo e in cui vari furono gli esperimenti di collettivizzazione, in cui la quema de iglesias e l‟educazione libertaria presero corpo attraverso la Escuela Moderna ed agli altri esperimenti di alfabetizzazione, in una realtà dura dominata dall‟elite politica, alimentata dall‟ignoranza popolare, non deve sorprendere la diffusione di un ideale che fece dell‟acculturazione un baluardo da difendere per poter giungere alla tanto auspicata rivoluzione sociale. Le energie furono molte e da ogni versante per poter rendere più palpabile, più vivo il sogno di Acracia.
Acracia è un termine probabilmente intraducibile, in una parola viene riassunto un concetto che in altre lingue può essere spiegato solo mediante un discorso filosofico-sociale. Acracia deriva da A-cratia, in altre parole negazione del governo, nella lingua italiana potrebbe tradursi con il neologismo “acrazia”. Si esprime mediante una sola parola il significato primo della cultura libertaria, la a-crazia, la mancanza di governo causato dal rifiuto stesso del potere dell‟uomo sull‟uomo. In sole sette lettere si sintetizza questa negazione del governo e di tutte le istituzioni che tendono alla supremazia ed al controllo spasmodico dell‟individuo e delle masse. In Acracia, il disprezzo per l‟onnipresente oppressore si traduce in amore per la libertà. Vediamo appunto che nella cultura stessa, nella lingua, specchio di una mentalità plasmata nei secoli, si trova questo valore sconosciuto in altri luoghi, principio atemporale in ogni modo, (antico quanto il mondo) di “autogoverno”, di decisione indipendente, di regolamentazione individuale.
Cercando Acracia in un qualsiasi dizionario, possiamo trovare i seguenti sinonimi: Anarquía, Desgobierno, Desorden, Libertinaje, Revolución, Agitación, Nihilismo. È curioso come nessuno di questi termini possa essere realmente accostato al concetto acrata vero e proprio. Desgobierno è probabilmente ciò che può rendere un‟idea più o meno imprecisa del concetto, anarchia non è altro che un sinonimo usato nella maggior parte delle culture e delle lingue occidentali. Rivoluzione è poi il mezzo, per poter giungere al fine vero che è la felicità appunto: Acracia.
Questa felicità intravista nell‟autogoverno, nella libertà assoluta dell‟individuo, nel godimento totale del frutto del lavoro a cui ogni uomo ha diritto, è l‟argomento del presente lavoro. Un lavoro centrato sulla produzione di scritti popolari che ruotano intorno ai primi anni del XX secolo. La letteratura prodotta dai libertari faceva capo a strumenti preesistenti; di fatto, nulla inventarono questi scrittori popolari, ma fecero uso dei mezzi più diffusi del mondo letterario: il romanzo, il racconto breve, forme letterarie religiose, come l‟esempio in forma di parabola, il catechismo, del quale adottano persino il linguaggio, sonetti e canzoni. Nulla ci fa credere che la volontà di questi scrittori fosse apportare novità estetiche sia pure di basso livello, ciò che i libertari fecero difatti, fu, creare senza prerogative su di un mezzo pienamente conosciuto e ampiamente utilizzato opere vitalistiche, utili, incendiarie, ribelli per tutti, por y para todos. Qui risiede l‟originalità della letteratura popolare ispanica di matrice anarchica, obrerista, libertaria o come la si voglia catalogare. La libertà della creazione per mano della volontà, una creazione utile o utilitaria, dettata dalla necessità, dal desiderio, dall‟urgenza comunicativa.
Vista la notevole mole della produzione libertaria popolare dell‟epoca, di racconti, articoli, poesie, ci si concentrerà sopratutto nell‟ambito narrativo con caratteristiche esplicitamente utopiche. Tratteremo di evidenziare le caratteristiche fondamentali di questo tipo di narrativa, vedremo da vicino i sogni, le speranze, la rabbia, e le manifestazioni d‟amore e d‟odio di alcuni dei rappresentanti di quell‟ambiente che non aveva confini al suo interno. Lo scrittore anarchista di per sé non esiste, non si può definire l‟artista come se fosse portatore di una nuova ondata di apportazioni estetico-letterarie fini solo al senso esteriore. Lo scrittore acrata scrive per intrattenere, ma ha sopratutto uno scopo: portare un messaggio quanto più lontano possibile a quante più menti e braccia possibili.
Vedremo che questa cultura popolare è autentica, verdadera, la sua produzione sarà compito di braccianti, agricoltori, tipografi ed insegnanti in maniera del tutto indifferente, del tutto arbitraria. Ci concentreremo sopratutto sugli scritti di alcuni personaggi le quali esistenze, i cui insegnamenti saranno così vicini a quelli dei personaggi sulla carta stampata da poter creare una piccola confusione tra realtà vissuta ed immaginata, tra biografia e finzione letteraria. Alcuni di questi personaggi sono arrivati ai giorni nostri e considerati come eroi rivoluzionari, alcuni militanti, molti sopratutto come uomini, persone che attraverso la propria condotta trascinarono lettori e incoraggiano tuttora alla produzione popolare.
Parliamo di individui a volte anche lontani dalla lotta, di persone uniche amanti della vita e delle manifestazioni dell‟essere umano. Come gli stessi eroi dell‟epica acrata “individui integrali”: amanti della natura e del sapere, lavoratori della cultura, con la cultura del lavoro, capaci di impugnare arnesi da campo e scrivere opere letterarie dal gusto popolare ma di un sapore unico. Uomini come: Joan Montseny, meglio conosciuto come Federico Urales, Anselmo Lorenzo, Ricardo Mella spiccano sopra tutti gli altri. Individueremo le caratteristiche del mondo nuovo secondo loro, le vicende che porteranno alla società egualitaria, libertaria, la costruzione della pace con la necessità della distruzione delle istituzioni che ingabbiano l‟individuo e che danno alla moltitudine una sorta di potere fittizio e un‟ ingiustizia amara.
Ci soffermeremo sopratutto sulla narrativa e nella fattispecie sul racconto d‟anticipazione, cioè su quel genere chiamato romanzo utopico, prendendo come esempi campione Nueva utopía, El Siglo de oro, Amoría rispettivamente di R. Mella, M Burgés e A. Lorenzo. Inoltre si approfondirà il discorso sul romanzo esemplare tipicamente libertario, una commistione di finzione letteraria, biografia, pedagogia e intrattenimento rappresentati da Los hijos del amor, la “novela obrerista” Justo Vives e dalla “novela de una vida ideal” Sembrando Flores, a firma di F.Urales il primo ed il terzo, di A. Lorenzo il secondo. Seguiremo le sorti degli uomini e delle donne destinate a vivere in Acracia. L‟idea di Acracia è quella di un paese senza confini in cui gli esseri liberamente possano esprimersi cercando in ogni modo possibile il raggiungimento della felicità, attraverso l‟esperimento, la conoscenza, e la consapevolezza della continua evoluzione che riparerà al fallimento umano della violenta realtà dell‟egoismo.

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Landau Katia, “Le stalinisme en Espagne. Témoignages de Militants. Révolutionnaires sauvés des prisons staliniennes.”

Edito da Spartacus, Parigi, 1938, 48 p.

Katja o Katia Landau, pseudonimo di Julia Lipschitz Klein, fu la compagna del comunista trotzkista austriaco Kurt Landau, rapito e fatto sparire dal NKVD durante la guerra di Spagna. Nell’opuscolo prefazionato da Alfred Rosmer, sindacalista e fondatore della Terza Internazionale, Katia Landau descrive minuziosamente l’infiltrazione del NKVD all’interno delle istituzioni repubblicane spagnole. La denuncia contro gli stalinisti e gli agenti del NKVD presenti è dura e mirata, demistificando le motivazioni con cui essi si davano addosso (anche uccidendo) i rivoluzionari presenti nel territorio iberico.

Nota:
-Testo in lingua francese

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Gonzales Ildefonso, “Il movimento libertario spagnuolo.”

Ciclostilato a Torino, Ottobre 1976, XII+51 p.

Questo prospetto delle condizioni attuali degli sforzi di azione sociale degli anarchici spagnoli in esilio è stato pubblicato in varie puntate dalla rivista “Volontà”. Lo diamo ora completo perchè pensiamo che per quanto così sommario (l’autore non pensava scrivendolo che si potesse pubblicare in opuscolo) possa suscitare riflessioni più meditate. Uomini e donne che, a conclusione di vite intensamente combattute in patria, spesso anche dalle loro famiglie, costretti a vivere sotto sorveglianza continua e continua minaccia di espulsione dalle autorità dei paesi in cui han trovato rifugio – eppure non abbandonano, non mutano le loro volontà essenziali, ma trovano via via più difficile fare qualche passo concreto nella direzione in cui tendono: ecco un quadro in cui molti anche non spagnoli ritroveranno le radici di molti problemi anche loro, ai quali purtroppo è difficile trovare soluzioni.
È tanto difficile “fare” su un piano di azione sociale, in un mondo in cui l’azione sociale pare divenuta un riservato dominio dei politici, e pare quindi che l’unica scelta possibile sia tra il cedere e il far politica anche noi, degenerando inevitabilmente, rassegnandoci alla involuzione inevitabile dell’inezia. Eppure se ci rifiuteremo energicamente di fare della politica e ci decideremo di tornare ad essere persone tra persone, in basso, tra il popolo, senza ambizione di dirigere il nostro prossimo, che è il primo passo per comandarlo, qualche strada finiremo invece per aprircela anche noi. È assurdo che ci si riconosca costretti a scegliere o il tifo o la peste: c’è pure – anche se più difficile – la via della salute.
Ildelfonso Gonzales ci aiuta, con il racconto di un’altra esperienza a pensare questi problemi. Per la conoscenza che egli ha della Spagna e del movimento anarchico spagnolo, per la sua partecipazione agli avvenimenti principali di quest’ultimi trent’anni del movimento anarchico internazionale era uno dei più indicati per farci un quadro dell’attuale situazione del movimento anarchico spagnolo.
L’autore ci avverte, però, che essendo passato molto tempo da quando il quadro venne fatto, esso avrebbe fatto bisogno di essere aggiornato. Ma noi pensiamo che anche con le avvertenze e le modifiche Ildefonso Gonzales fa nella sua introduzione, l’essenziale del movimento libertario spagnolo rimane immutato: e cioè il suo considerevole numero di militanti di primo piano (ed in questi includiamo non solo gli intellettuali di valore ma gli umili compagni che hanno preferito e preferiscono la lotta dura e tutte le peripezie dolorose di 13 anni di esilio alla schiavitù di Franco, e soprattutto coloro che per volere riprendere il loro posto di battaglia nella loro terra affrontano la morte o la prigione) e lo spirito di sacrificio e la volontà di cui sono animati e per cui sono riusciti a mantenere vivo un movimento anche tra le difficoltà incontrate in paesi stranieri. Crediamo che questo scritto interessi i compagni italiani, molti dei quali hanno stretto rapporti solidi con i compagni spagnoli, dividendo con loro tutte le magnifiche e poi dolorose vicende della guerra civile spagnola. E ci auguriamo che esso trovi lettori attenti anche fuori dal nostro campo, in modo che il problema spagnolo attiri l’attenzione e l’interessamento di altri al di fuori di noi anarchici.
Franco, nonostante tutte le riabilitazioni volute dagli uomini di Stato, rimane il boia che fucila imprigiona tutti coloro, e sono molti, che osano ribellarsi alla sua tirannia. Ma contro la Spagna di Franco si erge, silenziosa e vendicatrice, quella del popolo spagnolo, ed è da essa che va la solidarietà degli anarchici e di tutti gli uomini amanti della libertà.
Questo lavoro, per quanto modesto, vuol essere anche una testimonianza di gratitudine verso questa Spagna libertaria che, come ha detto così bene Albert Camus, ha innalzato nelle sue opere di fronte a tutta la società coalizzata contro di essa un’immagine dell’uomo che resta e resterà il nostro esempio.
GLI EDITORI

Nota
-Lo scritto di Gonzales venne pubblicato su “Volontà”, nn. 6,7,8,9 e 10/11, anno VI, 1952
-Digitalizzazione fatta con la fotocamera

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Convegno antifranchista per una concreta solidarietà alla lotta del popolo spagnolo

Numero unico, a cura del Gruppo Giovanile Libertario di Milano e del Gruppo Anarchici “L’internazionale„ di Genova, 1962, 2 p.
Nota
-digitalizzazione fatta con fotocamera
-la prima pagina era divisa in orizzontale ed unita successivamente.

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(a cura di) Cansella Ilaria e Cecchetti Francesco – Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola. Le biografie

Riproduzione C&P Adver – Effigi, Arcidosso (GR) novembre 2011, n° pagine 480

Frutto di una lunga stagione di ricerche, il libro vede la luce grazie al sostegno accordato dal Ministerio de la Presidencia della Spagna ai progetti dell’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea. Il volume si compone di saggi, che esplorano il lungo periodo dell’impegno dei volontari toscani, tra militanza antifascista in patria o nell’emigrazione, partecipazione alla guerra e vicende successive, tra campi di concentramento della Francia del Sud, Resistenze, ritorni. Sono allegate al testo, in formato digitale, le schede biografiche dei volontari antifascisti toscani. Allo stato attuale della ricerca, sono state ricostruite 408 storie di vita, ma questo lungo lavoro ha l’umiltà di dichiarare la necessità di lasciare aperta la porta a ulteriori approfondimenti.

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Finzi Paolo, “La nota persona. Errico Malatesta in Italia. Dicembre 1919-Luglio 1920”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 1990, 174 p.

Alla fine del 1919, dopo oltre cinque anni di esilio (per sfuggire ad un mandato di cattura spiccato in relazione alla Settimana Rossa), l’anarchico Errico Malatesta riesce finalmente a rientrare in Italia. Il suo arrivo – anche per le traversie e la mobilitazione popolare che l’hanno preceduto – costituisce un avvenimento di grande rilievo nel panorama sociale e politico italiano . Nel già surriscaldato clima del “biennio rosso”, Malatesta inizia subito un lungo giro di comizi che, in molte località dell’Italia centro-settentrionale, costituiscono l’occasione per affollate manifestazioni di piazza. Il movimento anarchico conosce una rapida crescita, le tematiche libertarie (anche grazie all’Unione Sindacale Italiana) coinvolgono ampi settori del proletariato, nel febbraio ’20 inizia a uscire (con una tiratura intorno alle 50.000 copie) il quotidiano anarchico “Umanità Nova ” (e Malatesta ne è il direttore), scioperi e lotte si susseguono, già si parla di occupazione delle fabbriche e delle terre: in questo contesto si colloca il progetto rivoluzionario del “fronte unito proletario “, tendente a coagulare alla base anarchici, socialisti e repubblicani. Seguendo quasi quotidianamente Malatesta nei suoi spostamenti, comizi, incontri, scritti, traversie giudiziarie , ecc., questo studio presenta inevitabilmente un affresco più generale dell’altra Italia — quella dei proletari, dei sovversivi, degli anarchici – nel primo semestre del ’20. Emergono così pagine di storia del movimento operaio e socialista che il predominio della storiografia marxista ha sempre cercato di cancellare.

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(a cura di) Finzi Paolo, “Insuscettibile di ravvedimento. L’anarchico Alfonso Failla 1906-1986. Carte di Polizia, Scritti, Testimonianze”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Febbraio 1993, 366 p.

Alfonso Failla (Siracusa 1906-Carrara 1986) è una delle figure più prestigiose del movimento anarchico di lingua italiana di questo secolo. Avvicinatosi giovanissimo all’anarchismo, si impegna nella lotta contro il montante regime fascista. Più volte arrestato e sottoposto a provvedimenti restrittivi, nel 1 930 viene spedito al confino, ove rimane – salvo una breve parentesi di libertà vigilata a Siracusa nel ’39 – fino alFestate del ’43. Dopo l’evasione in massa dal campo di Renicci d’Anghiari, partecipa alla Resistenza principalmente in Toscana, Liguria e Lombardia. Nel dopoguerra è tra ali organizzatori della Federazione Anarchica Italiana, redattore e direttore responsabile del settimanale Umanità Nova, attivo nell’Unione Sindacale Italiana. Tiene centinaia di conferenze, dibattiti e comizi, l’ultimo dei quali a Pisa dopo l’assassinio di Franco Serantini. Dal giugno del ’72, per ragioni di salute, è costretto ad interrompere l’attività pubblica. Questo volume è suddiviso in tre sezioni. Nella prima sono raccolte carte di polizia e documenti, relativi al periodo ’22/’43, tratti dal dossier Failla al Casellario Politico Centrale. Nella seconda sono raccolti gran parte degli articoli da lui scritti nel secondo dopoguerra. Nella terza sezione sono raccolte testimonianze della sua attività.

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Tellez Antonio, “Facerias. Guerriglia urbana in Spagna”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1984, 544 p.

INTRODUZIONE

Quando narrate fatti che si riferiscono alle idee o all’Organiz­zazione non nascondete nulla, dite tutto; le cose positive perché servano da esempio e da insegnamento alle nuove generazioni e quelle negative perché si possano effettuare le dovute correzioni.
MAX NETTLAU

L’origine di questo libro risale al 1954, allorché molti dei pro­tagonisti che vi figurano erano vivi e quando migliaia di combat­tenti anonimi erano morti in una lotta disuguale. L’idea dell’auto­re era allora quella di raccogliere tutti gli elementi necessari per poter un giorno stendere una storia generale della resistenza del popolo spagnolo contro la tirannia franchista, resistenza che era già iniziata nel 1936, man mano che le forze ammutinate contro la repubblica ottenevano la vittoria delle armi. I monti dell’Andalusia, della Galizia, dell’Estremadura, poi delle Asturie, ecc. vi­dero immediatamente l’accorrere di combattenti che non erano disposti a cedere. Mentre il primo aprile del 1939 viene ufficial­mente proclamato che LA GUERRA E’ FINITA, la lotta contro le truppe vittoriose si sviluppa in tutta la Spagna, in montagna e nelle città. Mai nella storia dei popoli ci fu una lotta così igno­rata e così dimenticata.
Col passare degli anni, dopo una ricerca costante, fu evidente che il progetto era troppo ambizioso, praticamente irrealizzabile: molte erano le difficoltà che sorgevano, alcune impossibili da ri­solvere a causa delle difficoltà di potere ottenere l’informazione necessaria sul luogo. Così, dunque, l’autore decise di abbando­nare il progetto iniziale per limitarsi alla narrazione dell’attività di alcuni combattenti, di coloro che egli conosceva meglio, di co­loro coi quali rimase unito da vincoli di amicizia, di idee e di lotta. Si deve lamentare la mancanza di storici che si siano interes­sati a questa attività clandestina durante la quale scomparve il meglio del popolo spagnolo. Sull’argomento esiste scarsissima bi­bliografìa e quella di parte franchista è ima letteratura piena di mistificazioni che in nessun caso potrebbe servire come elemento di supporto per un’opera più completa. Questa mancanza di bi­bliografia viene denunciata persino dagli addetti alla repressio­ne, indubbiamente con molta ipocrisia, anche se la Guardia civil avrebbe volentieri voluto veder valorizzato « l’immenso sforzo e sacrificio » da essa realizzato per estirpare dalla Spagna la sov­versione armata.
Questo libro, dunque, è storia, ma non ha la minima pretesa di essere LA STORIA della resistenza antifranchista. Si riferisce solamente ad ima piccolissima parte di essa. Anche nel periodo di cui qui ci si occupa, all’incirca dal 1945 al 1960, in uno scritto dedicato prevalentemente alla regione catalana, esistono grandi lacune, non emerge l’attività di altri combattenti di primo piano, non tutti i fatti riferiti sono i più importanti. E’ storia contem­poranea e questo, di per sé, costituisce una limitazione. Non tutti gli uomini son morti, ma molti ancora si rifiutano con ostina­zione di ricordare avvenimenti che hanno ormai più di 7 lustri. Ebbene, in queste pagine il lettore non troverà una sola riga che sia frutto della fantasia dell’autore. Persino i dialoghi sono stati riportati con ima costante preoccupazione di fedeltà, sono il resoconto delle conversazioni avute con le persone citate, anche quando si trovavano in piena azione in Spagna. Questo libro è dunque, per la sua maggior parte, una testimo­nianza personale degli uomini che lottarono e morirono in difesa di un ideale di libertà. Quasi tutti rimasero ignoti, salvo che alle forze repressive che per anni li combatterono e dovettero orga­nizzare seriamente la lotta per poterli sterminare e, per riuscirci, dovettero far ricorso il più delle volte al tradimento. Le autorità franchiste, in parte insoddisfatte dello sterminio fisico dei più tenaci e temuti oppositori, decisero di applicare una sterilizzazione morale che impedisse il « contagio » delle generazio­ni future e, senza risparmio di mezzi, bollarono una volta per tutte uomini senza macchia come facinorosi, banditi, assassini, esseri avidi di denaro, senza la più piccola motivazione ideologica che li giustificasse. Si può dire senza timore che raggiunsero in buona parte i loro obiettivi.
La tragedia di questi combattenti fu immensa poiché essi do­vettero battersi, quasi in permanenza, su due fronti: quello del nemico visibile, ben reale coi suoi fucili, le mitragliatrici, i mor­tai, i tribunali sommari, le lunghissime condanne. L’altro era quel­lo dell’incomprensione generale, dell’abbandono, persino dell’ag­gressione e repressione scatenata dai loro stessi compagni d’idea­li. Questi ultimi, quando i combattenti giacevano ormai nell’im­menso cimitero che è la Spagna, eressero un magnifico mausoleo di silenzio, assolutamente ermetico, perché non uscissero da esso esalazioni capaci di incitare all’emulazione, perché non si potes­se neppure trarre profitto dall’insegnamento di una lotta tanto di­seguale, insegnamento che avrebbe potuto essere molto utile nella lotta permanente a favore della libertà dell’uomo.
Anche l’esilio compiacente portò sulla tomba fiori velenosi, co­stanti puntate di disprezzo contro uomini che avevano commesso l’« errore » di essere coerenti, di non voler nascondere la testa. Con la scusa del pacifismo o dell’antiviolenza portarono a termine l’opera demolitrice iniziata dai loro nemici diretti. Si misero a tirar fuori, sempre più frequentemente, apostoli della « non vio­lenza » rivoluzionaria, fecero orecchie da mercante, come chi igno­rasse la realtà, come se non sapessero che la violenza è l’unica legge costante delle forze repressive. Alcuni giunsero perfino, con giri di parole, a preconizzare che le classi oppresse possano dedi­carsi a recitare il rosario per evitare le ire dei potenti. Vennero condannate attività non condannabili, poiché mai potranno essere soppresse dalla lotta rivoluzionaria, col che si condannavano i militanti e la lotta stessa. Mancò la comprensione, non diremo la generosità di un Errico Malatesta, seminatore di idee, fondamen­to della sua attività, ma che non gli impediva di dichiarare: « Af­fermo apertamente che l’espropriazione, il furto, per chiamare le cose col loro nome, a fini rivoluzionari, è un atto di guerra cui nulla si può opporre dal punto di vista della morale, pur discu­tibile che possa essere dal punto di vista dell’opportunità e della tattica ».
Oppure le parole di un Eliseo Reclus, non sospetto di estre­mismo ma che con una logica sorprendente scriveva: « Personal­mente, quali che siano le mie opinioni su questo o quell’atto o questo o quell’individuo, non aggiungerò mai la mia voce alle gri­da d’odio di uomini che mettono in moto eserciti, polizie, magi­stratura, clero e leggi per il mantenimento dei loro privilegi ». Per completare questo discorso, aggiungeremo che è molto diffì­cile giudicare uomini e fatti solati dal loro tempo e dal loro ambiente; per questo motivo i primi capitoli furono stesi perché servissero da cornice adeguata all’azione. Occorreva riportare at­tività contemporanee di altre persone che la loro ansia di « effica­cia » portava per strade molto diverse. Non si tratta di uno stu­dio comparato né di un’analisi, ma di una presentazione, che vo­leva essere obiettiva, di cose buone e cattive, poiché c’è di tutto nella vigna del signore, ma è il lettore che dovrà scoprirle. Diremo ancora che tutto quanto è scritto è incompleto, ma tut­to potrà essere utile per un lavoro successivo di ampiezza meno limitata.
Non scartiamo la possibilità che siano sfuggiti alcuni errori di dettaglio. Abbiamo potuto provare, attraverso molti anni di ricer­ca costante proprio del dettaglio, l’estrema fragilità della testimo­nianza diretta. La memoria è infedele e sull’argomento che ab­biamo sviluppato, molte volte è impossibile trovare alcun docu­mento di conferma. Tali errori, se esistono, non modificano per nulla il contesto generale.
Non è cosa abituale scrivere la storia degli uomini che fanno la STORIA. Noi abbiamo voluto provarci. La STORIA la scrive­ranno domani gli specialisti che furono ben lontani dai fatti e dagli uomini, daranno interpretazioni, formuleranno giudizi sor­prendenti. Noi parliamo qui dei protagonisti che saranno « assen­ti » in tutte le storie ancora da scrivere.
Parigi, maggio 1984
A. T.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Facerias: Guerrìlla urbana en Espana (1945-1957)”, Ed. Ruedo Iberico, Parigi, 1974

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Tellez Antonio, “La guerriglia urbana in Spagna. Sabate”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1972, XI+169 p.

PRESENTAZIONE
 
Di un uomo come questo, della dimensione di quelli che passano ai ricordi delle generazioni successive non attraverso le riflessioni muffite dello storico, ma quasi sempre tramite la fantasia della ballata e del cantastorie, ben poco potrebbe farci intendere una biografia «solita maniera». E questo libro non è per niente un libro «alla solita maniera». Scarno, affaticato, ricco di notizie e dettagli minutissimi, tutti controllati con pazienza di ricerca che copre più di un decennio, finisce per costruire — senza alcun intervento retorico, che poi sarebbe stato quasi spontaneo se non legittimo — la figura di Sabaté, il guerrigliero spagnolo che intese continuare, praticamente da solo, la lotta in terra di Spagna, mentre altrove, ai di là dei Pirenei, milioni di fuoriusciti riflettevano sul da farsi con accanimento bizantino. E il lettore dovrà adeguarsi all’impegno cui è chiamato: quasi nulla è concesso al folclore, comunque niente che possa anche solo offuscare la verità storica del personaggio. Tema determinante del libro, nato dall’amicizia — dall’amicizia vera — dell’autore con il suo protagonista, accanto all’impegno narrativo e biografico, è quello più sottile e costantemente polemico in senso costruttivo, di individuare i motivi del contrasto che si venne a determinare — durante tutta la vita di Sabaté — tra la sua azione politica concreta in Spagna e l’azione che, in linea teorica, il Movimento Libertario Spagnolo (M.L.E.), in esilio intendeva condurre. E’ ovvio che concetti come quello tipicamente spagnolo e precisamente della Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T.) in esilio, della responsabilità del militante nei confronti dell’Organizzazione, per cui veniva ad essere immediatamente posto al bando chiunque non aderisse in pieno con l’indirizzo voluto dal «centro», o comunque non si limitasse ad esporre le sue critiche in seno ai congressi, non potevano essere accettati da uomini come Sabaté. Per questi l’Organizzazione aveva sempre un’importanza preponderante — e ogni accusa in senso contrario diretta contro Sabaté è senz’altro da considerarsi tendenziosa — ma non potevano condividere che l’Organizzazione diventasse sinonimo di burocratizzazione, di sclerotizzazione e di vigliaccheria. Affermare che questi processi non vennero mai in atto nel movimento ufficiale spagnolo in esilio non è possibile in quanto si hanno prove sufficienti per determinare responsabilità collettive, erronee valutazioni di singoli militanti responsabili, e deviazioni coscienti, quando non sia possibile parlare di veri e propri tradimenti. Al di là dell’Organizzazione, quindi, Sabaté vedeva l’efficienza della struttura stessa, in mancanza della quale, nel momento in cui quest’ultima perde la sua funzione — che è sempre quella rivoluzionaria — e si riduce a rimasticare sempre i soliti problemi teorici, diventa senz’altro superata e quindi deve essere posta da canto. L’alternativa resta allora o quella della scissione — e può a volte essere una dolorosa alternativa sebbene in linea di principio non dia sufficienti garanzie di non trasformarsi a breve scadenza in una ulteriore burocratizzazione — oppure l’azione dei singoli gruppi d’azione, in diretto contatto con le masse potenzialmente rivoluzionarie. Se questo contatto attivo, può determinare l’entrata in funzione del processo rivoluzionario è faccenda che andrebbe approfondita, ma che ovviamente non può avere una esatta considerazione in questa sede, il problema volontaristico resterà sempre il punto centrale di ogni discorso rivoluzionario; però possiamo dire che quando si verifica una situazione di generale addormentamento fazione di pochi uomini come Sabaté o di pochi gruppi che al sonno — simile alla morte — preferiscono la morte vera ma in combattimento, è senz’altro da considerarsi come l’unica soluzione accettabile. Per questo abbiamo visto in Sabaté non solo un esempio limpidissimo di dedizione alla causa, un esempio di vita morale in perfetta aderenza all’idea; ma anche un esempio di condotta concreta della lotta contro la tirannia e i padroni.
Catania, 20 settembre 1971
Alfredo M. Bonanno

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “La guerrilla urbana en España: Sabaté”, Editions Bélibaste, Parigi, 1972, VII+213 p.

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Ilari Massimiliano, “La giustizia di Franco. La repressione franchista ed il movimento libertario spagnolo 1939-1951”

Edito da Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, Chieti, Gennaio 2005, 208 p.

Introduzione
Parlare di anarchici, sia pure in prospettiva storica, e – per di più – di anarchici, come quelli di Spagna, che per un certo periodo non hanno mancato di condurre una lotta armata contro il regime di Franco, nelle attuali circostanze può essere impopolare e rischioso. Impopolare perché l’opinione pubblica viene spesso emotivamente sollecitata da attentati tentati o compiuti rivendicati con l’etichetta degli “anarchici insurrezionalisti” o ad essi attribuiti dall’apparato di polizia, e, a distanza di mesi, da provvedimenti di polizia contro più o meno numerosi presunti esecutori e loro reti organizzative. Rischioso perché – per la pessima abitudine a considerare la storia dei movimenti e dei partiti politici per l’“uso pubblico” che se ne fa – potrebbe far apparire un lavoro, come questo di Massimiliano Ilari, (serio, ben impostato e documentato, equilibrato e problematico), alla stregua di un’opera destinata alla propaganda.
Certo, quest’opera non sfugge alla regola degli studi sui movimenti e sui partiti politici, per la quale, in Italia, sono per lo più gli eredi che studiano gli antenati. Così è stato per il movimento socialista e per quello cattolico, altrettanto è stato per il movimento comunista nei primi anni della Repubblica e negli anni della crisi degli anni ’70, mentre il Partito d’Azione, i cristiano-sociali, i cattolici comunisti ed i dissidenti di “Bandiera Rossa” hanno trovato finalmente una storiografia quando alcune loro tematiche riemergevano nella sensibilità “rivoluzionaria” dei giovani nella “stagione dei movimenti”. Allo stesso modo, anche la storiografia del movimento libertario, dopo una fase nella quale era legata soprattutto ad alcune personalità di rilievo – particolarmente Pier Carlo Masini, Biagio Gino Cerrito, Enzo Santarelli – dagli anni ’70 in avanti ha visto crescere una più numerosa serie di studiosi, ormai alla seconda (o forse terza) generazione, che hanno trovato spazi autorevoli anche in campo accademico, la cui produzione più caratterizzante è oggi il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani. Si tratta, nella gran parte, di lavori e iniziative che nascono all’interno del movimento libertario e che spesso (talora per limiti di concezione e di conduzione) non riescono ad uscire da quei circuiti di diffusione e di conoscenza.
Se la damnatio memoriae spesso ha colpito e colpisce personalità, componenti correnti anche estese nella società e nella storia del paese (si pensi a quella dei cattolici democratici o dei borghesi moderati e conservatori nella storia degli esuli antifascisti o a quella dei monarchici variamente organizzati e rappresentati nella storia del primo trentennio del dopoguerra), allora non c’è da stupirsi se ai libertari (come forse è più proprio definire gli anarchici) non si sia prestata e non si continui a prestare adeguata attenzione fuori dei circoli, dei giornali e delle riviste del movimento. Ancor più estranea alla conoscenza diffusa appare la vicenda dei libertari delle province e regioni di Spagna, scontando una più generale disattenzione degli italiani e delle italiane per la storia dei paesi e delle società della penisola iberica. In Spagna ( in Portogallo) vi si recano di frequente per affari e turismo, ma delle vicende contemporanee di quelle terre e di quelle popolazioni continuano a sapere ben poco. Eppure sono italiani alcuni degli studiosi più accreditati (anche nel paese iberico) della Spagna dell’800 e del ’900 e in Italia è prodotta ed edita una autorevolissima rivista di studi come «Spagna Contemporanea». Tutto ciò spiega le ragioni per le quali trovai grande interesse alla proposta di Massimiliano Ilari di seguirne la ricerca e il lavoro che in queste pagine oggi vede la luce.
Questo lavoro di Ilari permette, quindi, per tutti, di colmare una più generale lacuna e ci presenta una realtà che potrà sorprendere molti. In primo luogo, richiama al triste destino degli esuli repubblicani di Spagna, anarchici e non solo, nella Francia della Terza Repubblica, internati spesso in centri di raccolta e poi – con l’occupazione nazista e il regime di Vichy – deportati nei lager di Hitler, dove non cessarono nella loro Resistenza a prezzo della vita. In secondo luogo, mostra un movimento libertario di Spagna, pur ridotto a qualcosa di esile e frammentato, che non cessa di essere attivo, per merito di forti e coraggiosi refrattari, e di perseguire, con pazienza e accortezza, ma non senza perdite e sacrifici, la via della ricomposizione e della ricostituzione. Come per tutti i movimenti d’opposizione clandestina, anche per i libertari di Spagna non mancano contraddizioni, errori, cedimenti, difficoltà a conciliare spontaneità ed organizzazione, azione diretta e strategia d’opposizione, attivismo e necessità di rafforzamento. Tuttavia, questo lavoro ci mostra in maniera chiara ed esauriente come, senza far mancare nulla alla serietà ed alla coerenza con le ragioni della lotta per la libertà, i comportamenti dei libertari di Spagna fossero tutt’altro che affidati allo spontaneismo, all’improvvisazione, all’intemperanza, contrariamente ai molti luoghi comuni che su di essi e intorno ad essi si sono formati e sono stati molto meccanicamente ripetuti. Anche l’impiego della violenza, quando e dove tale strada si sceglieva, non era né scontato, né compiaciuto, né privilegiato, ma solo condizionato alla congruenza ed alla necessità richiesta dai valori in campo.
Da ultimo, occorre dire delle somiglianze – non solo apparenti – con la lotta degli antifascisti italiani e, soprattutto, con la Resistenza. E qui il discorso, necessariamente, dagli anarchici di Spagna va esteso comparativamente all’intero movimento di Liberazione in Italia. Infatti, avendo essi scelto, come la Resistenza italiana, di non escludere a priori alcuna delle forme e alcuni dei mezzi di lotta contro la dittatura franchista, praticavano un’azione che operava tenendo conto dell’intera società civile e della necessità di coinvolgerla facendosi carico a più livelli dei suoi problemi. Per questo, più che con la quasi sconosciuta (o, meglio, taciuta) presenza anarchica nella Resistenza italiana (minoritaria, ma non per questo meno significativa, realizzata con formazioni proprie o in formazioni dirette da altri, soprattutto socialisti ed azionisti) gli spunti comparatistici forniscono criteri d’interpretazione storica se operati con l’intero movimento resistenziale. Accanto a quelli più specifici (e già accennati) di un movimento politico clandestino, emergono (anche se talora solo descritti: ma questo apre lo spazio per nuove ricerche) alcuni aspetti e rapporti tipici della storia e della geografia sociale dei movimenti rivoluzionari o antagonistici: città/campagna; pianura/montagna; classi popolari/piccola borghesia; religione/politica; anziani/giovani; donne/uomini; tradizione/innovazione; tempi brevi/tempi lunghi; culture dominanti (anche di opposizione)/culture subalterne (anche conservatrici).
Per tutte queste ragioni positive (delle critiche ho riferito direttamente all’autore) c’è da augurarsi che questo lavoro di Massimiliano Ilari trovi la diffusione che merita, in Italia certamente, ma anche in Spagna al di là del circuito garantito dall’editoria militante, meritoria per averlo pubblicato. Ma ad aggiungersi alle ragioni desumibili da quanto ho detto finora, ve n’è un’altra non indifferente. Con questa ricerca, infatti, si affronta il problema dell’opposizione al franchismo negli anni della costruzione del regime, che coincidono con quelli della seconda guerra mondiale (nella quale la Spagna di Franco fu neutrale ma tutt’altro che indifferente rispetto al fascismo e al nazismo) e del dopoguerra. Per la mia generazione la solidarietà con l’opposizione a Franco è stata una delle prime forme di apertura alla conoscenza della politica. Si trattasse dell’azione dimostrativa (non violenta) dei giovani che avevano rapito il console spagnolo a Milano o delle iniziative (senza successo) per salvare la vita al dirigente comunista Julian Grimau, delle dichiarazioni di solidarietà all’abate di Montserrat, messo sotto tiro dal regime per aver ospitato riunioni di sindacalisti e di oppositori politici, delle dimostrazioni di solidarietà per strappare alla morte i minatori delle Asturie che avevano organizzato uno sciopero. Ma – almeno a Roma ed a Milano – vi era anche la possibilità di incontrare direttamente alcuni esuli, soprattutto artisti ed intellettuali, quali il poeta comunista Raphael Alberti e lo storico liberale conservatore Salvador de Madariaga, ed altri meno famosi, in occasione di presentazioni di libri e inaugurazioni di mostre. Negli anni della modernizzazione della Spagna e del cambio, cioè l‘avvicendamento o seconda fase del regime di Franco, confermavano come nel paese, al di là della facciata moderna, efficientista ed accattivante costruita dall’Opus Dei, permanesse una feroce dittatura, con la repressione poliziesca e la persecuzione del dissenso sociale e politico, la tortura, la pena di morte. Se, con i nuovi programmi scolastici di storia, qualcosa sapevamo della guerra civile e dell’avvento di Franco (fu una delle domande che nel 1963 mi furono poste all’esame di maturità), ci restava un vuoto di conoscenza fino agli avvenimenti di questi giorni, per molti aspetti destinato a restare tale.
Prof. Antonio Parisella,Università degli Studi di Parma, Dipartimento di Studi Storici e Sociali, Settembre 2004

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