Goldman Emma, “Anarchia, femminismo e altri saggi”

Edito da La Salamandra, Milano, 1976, 219 p.

Prefazione di Emma Goldman

Circa ventun anni fa ho ascoltato il primo grande oratore anarchico: l’inimitabile John Most. Mi sembrò allora, ma anche molti dopo, che le parole fossero lanciate tra le masse con una tale carica, un tale entusiasmo ed ardore da non poter più essere cancellate dalla mente e dall’animo umano. Come avrebbero potuto chiunque si fosse trovato tra le folle che partecipavano ai comizi di Most, sottrarsi alla sua voce profetica! Certamente non potevano fare altro che ascoltarlo per sbarazzarsi delle vecchie credenze e vedere la verità e la bellezza dell’anarchia!
La mia grande aspirazione all’epoca era di poter parlare con la voce di John Most: essere anch’io capace di raggiungere le masse. Ah, l’ingenuità dell’entusiasmo giovanile! Sono gli anni in cui le cose più difficili sembrano un gioco da ragazzi. È l’unico periodo della vita che valga veramente la pena di vivere. Purtroppo, è anche un periodo di breve durata. Come la primavera, il periodo dello Sturm und Drang dell’agitatore porta con sè la crescita, fragile e delicata, che può maturare o essere uccisa a seconda delle sue capacità di resistenza contro migliaia di ostacoli. La mia grande fede nel taumaturgo, nelle parole dette, non esiste più. Ho capito la loro inadeguatezza nel risvegliare il pensiero o anche le emozioni. Poco a poco e con una forte resistenza a questa comprensione, ho capito che la propaganda verbale è al massimo uno strumento per scuotere la gente dal suo letargo: non lascia alcuna impressione durevole. Il fatto stesso che molti partecipano alle assemblee solo se spinti da notizie sensazionali o perchè si vogliono svagare, è una prova che essi hanno un’ansia profonda di apprendere. Ancor diverso è per quanto riguarda la forma scritta dell’espressione umana. Nessuno, a meno che non sia veramente interessato alle idee progressiste, si scomoderà a leggere dei libri seri. E ciò mi porta a un’altra constatazione, fatta dopo molti anni di attività pubblica.
È la seguente: nonostante tutte le pretese dell’educazione, il bambino accetterà solo ciò che la sua mente desidera. Questa verità è ormai riconosciuta da molti educatori moderni per quanto riguarda la mente infantile. Io credo che essa sia vera anche per l’adulto. Non si può far diventare qualcuno anarchico o rivoluzionario più facilmente che musicista. L’unica cosa che si può fare è piantare i semi del pensiero.
Se da questi nascerà qualcosa di vitale dipende in larga parte dalla fertilità del terreno umano, anche se non si deve trascurare la qualità del seme intellettuale. Nelle assemblee il pubblico viene distratto da migliaia di cose secondarie. L’oratore, anche se capace, non può sfuggire all’irrequietezza della folla, con il risultato inevitabile che egli non riuscirà a penetrare nel profondo. Probabilmente non riuscirà a soddisfare nemmeno se stesso. Il rapporto tra lo scrittore e il lettore è più intimo. È vero, i libri sono solo ciò che noi vogliamo che siano; anzi ciò che vi leggiamo dentro.
Il fatto che sia possibile far ciò, denota la superiorità dell’espressione scritta su quella verbale. È questa convinzione che mi ha spinto a raccogliere in un volume le mie idee su vari argomenti di importanza individuale e sociale. Essi rappresentano le lotte mentali e affettive di ventun anni: le conclusioni ricavate da così tanti cambiamenti e ripensamenti interni. Non sono così ottimista da sperare che i miei lettori saranno tanti come coloro che mi hanno ascoltata. Ma io preferisco rivolgermi ai pochi che vogliono veramente apprendere, piuttosto che ai molti che vengono per
passare il tempo. Per quanto riguarda il libro, esso deve presentarsi da solo. Commenti e spiegazioni non fanno altro che sottrarre qualcosa alle idee che vengono avanzate. Tuttavia, vorrei prevenire due obiezioni che sicuramente verranno sollevate. Una riguarda il saggio sull’Anarchia, l’altra su Minoranze contro maggioranze.
“Perchè non parli di come le cose funzioneranno sotto l’anarchia?”, mi è stato chiesto migliaia di volte. Perchè credo che l’anarchia non può in tutta coerenza imporre un programma ferreo o un metodo al futuro. Le cose che ogni nuova generazione deve combattere e che sono le più difficili da sconfiggere, sono i segni del passato che ci tiene tutti in una rete. L’anarchia, perlomeno come la intendo io, lascia i posteri liberi di sviluppare i propri sistemi, in armonia con i propri bisogni. La più vivace delle nostre immaginazioni non può prevedere i risultati di una corsa libera da costrizioni esterne. Come si potrebbe pretendere allora di tracciare una linea di condotta per chi deve ancora venire? Noi, che paghiamo un caro prezzo per ogni soffio di aria pura e fresca, dobbiamo stare in guardia contro la tendenza a incatenare il futuro. Se riusciamo a pulire il terreno da tutta l’erbaccia del passato e del presente, lasceremo ai posteri la più grande e la più sicura eredità di tutte le epoche. La tendenza più scoraggiante che esiste tra i lettori è quella di estrapolare una frase da un lavoro, come se fosse un esempio delle idee o della personalità dello scrittore.
Friedrich Nietzsche, per esempio, è considerato un nemico dei deboli perchè credeva nell’Ubermensch. Non viene in mente ai piatti interpreti di quella mente gigante che questa visione dell’Ubermensch presupponeva un tipo di società in cui non esisterà più una razza di oppressi e di schiavi. È lo stesso atteggiamento errato che vede in Max Stirner niente altro che l’apostolo della teoria “ognuno per sè, al diavolo chi è dietro”. Che l’individualismo di Stirner contenga le più grandi potenzialità sociali, è completamente ignorato. È vero però che se la società dovrà mai liberarsi, ciò avverrà grazie ad individui liberi, i cui liberi sforzi costruiranno la società. Questi esempi mi portano all’obiezione che verrà sollevata dal saggio Minoranze contro maggioranze. Non vi sono dubbi; dovrò essere scomunicata come nemica del popolo, perchè rinnego la massa come un fattore creativo. Io lo preferirei, piuttosto che essere colpevole delle banalità demagogiche così in voga come esca per la gente. Mi rendo conto benissimo della malattia delle masse oppresse e sfruttate, ma mi rifiuto di prescrivere i soliti ridicoli palliativi che non permettono al paziente nè di morire nè di guarire. Non si può essere mai troppo estremi nell’affrontare i mali sociali; tra l’altro, è l’estremo che rappresenta la verità. La mia mancanza di fede nella maggioranza è dettata dalla mia fede nelle potenzialità dell’individuo. Solo quando questi diventerà libero di scegliere i suoi compagni per una causa comune, potremo sperare in un’ordine e in un’armonia al di fuori di questo mondo di caos e ineguaglianza. Per il resto, il mio libro deve parlare da solo.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro Goldman Emma, “Anarchism and Other Essays“, Mother Earth Publishing Association, New York, 1911
-Il saggio di Shulman Alix Kate, “La donna più pericolosa al mondo”, è un estratto tradotto del libro “To the Barricades: The Anarchist Life of Emma Goldman,” Thomas Y. Crowell, New York, 1970.

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Goldman Emma, “Amore emancipazione. Tre saggi sulla questione della donna”

Edito La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1996, 55 p., Seconda Edizione.

“Introduzione
I tre scritti di Emma Goldman che presentiamo riuniti in que­sto opuscolo vennero pubblicati all’inizio del secolo dalla casa edi­trice «Mother Earth», creata dalla stessa autrice e da Alexander Berkman a New York.
Il fatto di essere stati scritti quasi settanta anni fa e di trattare argomenti piuttosto specifici potrebbe far pensare che si tratti di pezzi molto «datati», che possono rivestire interesse solo per gli studiosi o per gli appassionati. Noi invece crediamo che la profon­da abilità dell’autrice nello scavare nella natura dell’uomo (o della donna, in particolare) le permetta di superare brillantemente indenne la sfida del tempo e che dunque questi scritti possano essere consi­derati d’attualità ancor oggi.
Certamente le condizioni sociali, politiche, economiche sono molto mutate, nel corso di quasi un secolo, e, d’altro canto, la si­tuazione americana ha sempre avuto certe sue peculiarità che la Goldman ben focalizza e che possono essere di non facile compren­sione per noi italiani. Ma al di là dei limiti di tempo e di luogo, i problemi di fondo dell’umanità in generale e delle donne in parti­colare non sono sostanzialmente cambiati, né potranno esserlo fin­ché sopravvivrà una società basata sull’oppressione e lo sfruttamen­to. I rapporti umani, affettivi, sentimentali, sessuali, continueran­no ad essere mortificati nella loro libera espressione da un’edu­cazione castratrice e da istituzioni sociali repressive: piaghe come quella della prostituzione sono connaturate ad una società che vuole mercificare e controllare anche l’ambito delle relazioni personali e sessuali, e non potranno essere sanate se non estirpando alle radi­ci la pianta che le genera; l’illusione dell’emancipazione e dell’e­guaglianza concesse dall’alto continuerà a mietere vittime finché le persone non avranno coscienza di dover essere ognuno unico ar­bitro del proprio destino. Per questo, crediamo, la lettura dei tre saggi della Goldman può essere assai stimolante oggi, mentre pro­blemi come quello della donna e dell’ambito personale tornano ad essere al centro dell’attenzione generale dopo che l’ufficialità pseudo-rivoluziomria marxista-leninista li aveva bollati come deviazioni
piccolo-borghesi o ribellismo «anarcoide». Dall’altro lato, da queste pagine esce un vivace spaccato della società americana dell’epoca, colta e spietatamente vivisezionata nelle sue meschinità, nelle sue ipocrisie, nelle sue bassezze. Il puri­tanesimo, il proibizionismo, il «mercantilismo», il «buon senso pratico americano» sono i bersagli della pungente critica della Gold­man, in quanto espressioni del tentativo di stravolgere la stessa na­tura umana operato da una classe dominante che ha già stravolto i naturali rapporti sociali umani. I pezzi sono scritti in un vivace stile giornalistico che non sem­pre siamo riusciti a rendere efficacemente nella traduzione (e ce ne scusiamo coi lettori) e che abbiamo cercato di non appesantire con soverchie inutili annotazioni, intervenendo solo là dove ci pareva necessario per la buona comprensione del testo. Ai tre saggi abbiamo aggiunto delle brevi note biografiche con le quali speriamo di contribuire, sia pur minimamente, a far cono­scere nel nostro paese una militante anarchica la cui vita e le cui opere sono ancora troppo spesso ignorate.
FRANCO LOMBARDI e ESTER TOGNON”

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Nota dell’Archivio
-Nel libro sono contenuti:
1) gli articoli “Il voto alle donne”, “La tratta delle bianche” e “Amore e matrimonio” sono la traduzioni degli scritti di Goldman Emma pubblicati nel libro “Anarchism and Other Essays“, Mother Earth Publishing Association, New York, 1911:
“Woman Suffrage”, pagg. 201-217
“The Traffic in Women”, pagg. 183-200
“Marriage and Love”, pagg. 233-243
2) Introduzione e Note biografiche curate da Lombardi Franco e Tognon Ester

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Bianchi Bruna, “Negazione dei diritti civili,deportazione ed esilio negli scritti e nei discorsi pubblici di Emma Goldman (1917-1934)”

 

da “DEP Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 8, Gennaio 2008, pagg. 118-153

“Nel corso di tutta la sua vita Emma Goldman non cessò mai di lottare per un “mondo libero per individui liberi”, capaci di riconoscere la loro comune origine, la loro appartenenza alla Terra, la “Terra madre, pronta ad aprire le sue braccia ospitali a tutti i suoi figli”, come scrisse nella presentazione del primo numero della sua rivista: “Mother Earth” nel 1906. L’articolo e l’opuscolo di Emma Goldman che qui proponiamo in traduzione italiana: Una donna senza una nazione e La tragedia degli esuli politici, pubblicati per la prima volta tra il 1933 e il 1934, parlano dello sradicamento, dell’ostracismo, della violenza politica, dell’amara esperienza dell’esilio di migliaia di “indesiderabili” in un mondo trasformato in una “immensa prigione” dalla Prima guerra mondiale, dal dilagare della repressione e dei totalitarismi. L’evento traumatico della deportazione, le peregrinazioni degli anni successivi, il costante impegno per i perseguitati politici in ogni paese in cui cercò rifugio a partire dal 1920 fecero di Emma Goldman il simbolo di un’intera generazione di esuli. In questi scritti, inoltre, l’anarchica russa riprende e sviluppa le riflessioni sulle conseguenze della Grande guerra sulla democrazia americana, sull’idea stessa di cittadinanza, temi che erano già stati al centro dei suoi discorsi pubblici e delle sue dichiarazioni di fronte ai giudici tra il 1917 e il 1919. Proprio dagli avvenimenti di quegli anni che condussero al suo esilio, quando fu “imbavagliata, rapita, trascinata con la forza via dall’America”, prende le mosse questo saggio introduttivo.”

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Avrich Paul, Avrich Karen, “Sasha and Emma. The anarchist odyssey of Alexander Berkman and Emma Goldman”

Edito da Harvard University Press, Cambridge (Massachusetts, USA), 2012, X+490 p.

Pubblicata e completata postuma da Karen Avrich, il libro si basa sugli appunti storici di Paul Avrich riguardante la relazione sia personale che politica tra Berkman e Goldman in un periodo di grossi fermenti rivoluzionari (come la rivoluzione russa) e repressione a tutto spiano negli Stati Uniti contro i gruppi rivoluzionari.
Il pregio del libro è quello di presentare questa relazione politica e personale tra i due personaggi raccolti attraverso tutta una serie di memoriali ed epistole.

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Nota dell’Archivio
-Libro in Inglese

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(a cura di) Bernardi Fabrizio, Erba Dino, Pagliarone Antonio – Dauvé Gilles [Barrot Jean]. Le roman de nos origines “La Banquise”.

Prima serie bianca, supplemento a Pagine Marxiste n. 25, settembre 2010, Fara Gera d’Adda (BG), n. pag. 304

Apparso sul secondo numero della rivista francese «La Banquise», nel 1983, Le Roman de nos origines costituisce un primo tentativo di risalire alle radici storiche e teoriche di quella prospettiva radicalmente comunista che va sotto il nome di critica radicale.
Ne scaturisce un interessante bilancio delle principali correnti rivoluzionarie del passato, e dei grandi movimenti sociali che, lungo l’arco del Novecento, hanno scosso la società capitalistica, in Francia e nel mondo intero.
Di questo lungo saggio pubblichiamo ora, in traduzione italiana, alcuni estratti, corredati da un ampio apparato critico e bibliografico, e accompagnati da altri due testi – anch’essi finora inediti – di Gilles Dauvé e Karl Nesic.
Le Roman de nos origines, ovvero le originidell’ultrasinistra, non ha nulla a che vedere con i cascami dei partiti nazionalcomunisti, cioè con le chiese maoiste e trotskiste di diversa osservanza che, nella seconda metà del secolo scorso, hanno animato la scena politica. Le Roman… parla della Sinistra comunista tedesco-olandese (o consiliare) e di quella «italiana, correnti che, fin dai primi anni Venti, seppero scorgere e analizzare il riflusso della Rivoluzione russa.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, la loro eredità fu raccolta da Socialisme ou Barbarie e dall’Internazionale Situazionista che, in Francia, sull’onda del Maggio ’68, fornirono importanti riferimenti teorici alle tendenze radicali nelle quali militò Gilles Dauvé. Altrettanto avvenne in Italia, e in altri Paesi, dove alcune formazioni politiche si richiamavano, in modo più o meno diretto, alle esperienze della Sinistra comunista. A queste formazioni, abbiamo dedicato uno spazio specifico nelle sezioni documentarie, evidenziandone il rapporto con le lotte proletarie di quegli anni. Assenti sono invece i proletari di molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Ma questa è un’altra storia, appena cominciata…

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Vanni Renzo, “Reazione ed eversione nell’Italia repubblicana”

Supplemento a “Seme anarchico” n. 28 del maggio 1984, Brescia, 54 p.

“Il prof. Renzo Vanni è stato uno dei promotori della rinascita del pe­riodico mensile “Seme anarchico” che si stampa a Brescia dal febbraio 1980. A questo periodico R. V. ha dato la sua costante e valida collaborazione, dimostrando la serietà dell’indagine nella ricerca storica che va dalla lotta armata partigiana di liberazione alle vicissitudini che hanno caratterizzato — sin qui — 34 anni di “regime bianco” (dopo un ven­tennio di regime nero), sostenuto più o meno apertamente dai partiti del­l’arco costituzionale, i quali fanno la corte al partito di maggioranza (la democrazia cristiana) per ottenere la cogestione o una fetta del potere, in attesa di alternarvisi.
Dalla lettura di questo libro ci si può fare un ’idea — seppure succinta — di come il popolo italiano sia stato raggirato (lo è tuttora) e messo in serio pericolo nelle sue conquistate libertà istituzionali, dai vari centri del potere, comunque si manifesti e da chiunque sia esercitato. Noi speriamo solo che i lettori di questo libro diventino più riflessivi e più critici verso tutte le manifestazioni autoritarie, per diventare quin­di dei coscienti contestatori del dominio e dei combattenti personalmen­te responsabili e convinti gestori della propria libertà.”

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Tarantini Domenico, “L’università del Medioevo. Padre Gemelli e l’Università del Sacro Cuore”. A seguire, Mimmo Franzinelli, “Il magnifico Rettore e il munifico Dittatore”

Edito da Anteo, Ragusa, Dicembre 1990 (Seconda Edizione), 94 p.

Pubblicato per la prima volta per Edizioni RL-Volontà nel 1962, “le fonti utilizzate dall’Autore sono costituite […] esclusivamente da documentazione ufficiale: L ’Uni­versità cattolica del S. Cuore di mons. Francesco Olgiati (Milano, 1955), articoli della rivista «Vita e Pensiero» e stralci da corrispondenze del quotidiano milanese «L’Italia». Un materiale montato da Tarantini in modo da evi­denziare il progetto politico portante di un’istituzione basilare del blocco culturale di potere (prima col fascio lit­torio e poi con lo scudo-crociato). I quattro capitoli del saggio (L ’Università del Medioe­vo — L ’adesione al fascismo — L ’anticomunismo, la guerra e il dopoguerra — Le nuove facoltà) segnano con cadenza tematico-cronologica altrettanti punti nodali della vita dell’«Università Cattolica»: l’originario programma tomisti­co di restaurazione ideologica; l’intreccio di interessi tra gemelliani e mussoliniani; il distacco dal regime e la con­tinuità ideologica sotto il segno dell’anticomunismo; l’e­spansione degli anni Cinquanta nel quadro politico cen­trista.”

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Franzinelli Mimmo, “Il clero del duce, il duce del clero. Il consenso ecclesiastico nelle lettere a Mussolini”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1998, 247 p.

“Questa antologia fornisce un prezioso contributo alla cono­scenza dei rapporti cattolicesimo-fascismo sul versante del consenso ecclesiastico al regime e del culto della personalità di Mussolini, attraverso la pubblicazione di epistolari inediti indirizzati da oltre cento sacerdoti al duce. Le lettere – sud­divise cronologicamente, con un inquadramento sui rappor­ti Stato-Chiesa anteposto ad ogni sezione annuale – sono precedute da una scheda biografica sui religiosi che scrisse­ro al capo del fascismo e di ognuna di esse viene fornita la collocazione archivistica.
Il clero del duce/il duce del clero affronta una tematica trascurata dalla storiografia, soffermatasi su poche questioni di rilievo (la Conciliazione, la crisi per l’Azione cattolica del 1931, le ripercussioni nei rapporti Stato-Chiesa della legisla­zione razziale del 1938 e dell’alleanza con la Germania, il ruolo del clero nella guerra e il contributo ecclesiastico al movimento resistenziale), sollecita nell’individuare ed enfa­tizzare i casi di opposizione ecclesiastica, ma alquanto di­ stratta verso il Contributo dei religiosi al consenso di massa al regime.
Al centro di qpesti documenti campeggia il rapporto tra Chiesa e potere:’ dopo un sessantennio di separazione tra istituzioni civili e spirituali, il fascismo assicurò al cattolice­simo lo status di religione di Stato e si giovò dell’attivo so­stegno di migliaia di ecclesiastici. L’analisi degli espistolari qui trascelti secondo un criterio di rappresentatività permet­te di verificare caratteri e dimensioni del legame stretto tra il clero e il dittatore, in una reciproca legittimazione tra i rap­presentanti dell’autorità religiosa e detentori dell’egemonia politica.”

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Franzinelli Mimmo, Graziano Nicola, “Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio”

Edito da Feltrinelli, Milano, Febbraio 2015, 222 p.

“A ridosso della Liberazione la magistratura processa centinaia di ex partigiani, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina e nell’immediato dopoguerra. Sono perlopiù imputazioni relative a casi di “giustizia sommaria” contro persone sospettate di spionaggio, coinvolte nell’apparato repressivo fascista. Per diverse decine di imputati la strategia difensiva, impostata da Lelio Basso, Umberto Terracini e da altri avvocati di sinistra, punta a mitigare le pene mediante il riconoscimento della seminfermità mentale. Quando poi, dall’estate del 1946, l’amnistia Togliatti apre le porte alla grande massa dei fascisti condannati o in attesa di giudizio, anche i partigiani beneficiano del provvedimento, dal quale è tuttavia esclusa la detenzione manicomiale. Ex partigiani perfettamente sani di mente devono dunque adattarsi alla detenzione in strutture dove gli internati non hanno diritti e sono sottoposti a quotidiane vessazioni. Tornano finalmente alla luce, dai documenti inediti custoditi all’Opg di Aversa, dove i partigiani internati furono aiutati dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi, oscure vicende della lotta di liberazione e della guerra civile, coperte dal velo dell’oblio, e si ripercorrono problematici itinerari individuali dentro le carceri e i manicomi, nell’Italia della Guerra fredda. Quella dei partigiani in manicomio era rimasta una pagina sconosciuta della storia italiana nel secondo dopoguerra, fino a oggi.”

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Boi Cristian, “Mass media e controllo sociale nella società di massa”

Edito da Lulu.com, 66 pagine.

Introduzione
La società contemporanea è un sistema molto complesso in perenne evoluzione. Si muove a ritmi vertiginosi, sotto l’impulso di cambiamenti sociali e innovazioni tecnologiche, modificando continuamente convinzioni, agendo di continuo per ribaltare punti fermi. Il sistema dell’organizzazione sociale è andato avanti con le sue contraddizioni per decenni dopo la seconda guerra mondiale, nell’esigenza della ricostruzione ha superato tutti gli ostacoli che si frapponevano al suo sviluppo. Chi si trova oggi a fare una qualsiasi analisi su questa società si trova di fronte ad una realtà complessa che si evolve in maniera impetuosa e in cui ogni ragionamento può essere smentito da un evoluzione o un accadimento successivo.
Nella società moderna acquistano particolare importanza i rapporti tra società, Stato e mezzi di comunicazione di massa, e il ruolo che questi ultimi occupano nella creazione del consenso come anello di congiunzione tra una realtà pensata dall’alto delle gerarchie del potere economico e politico e il singolo che questa realtà è chiamato a vivere e a costruire. Lo Stato può essere inteso come il garante dello sviluppo e della sopravvivenza di questa società. Nello Stato moderno le strutture del potere hanno il compito di garantire che una società così complessa si sviluppi e cresca, hanno cioè il bisogno di guidarla e di difenderla. Per far questo si servono, naturalmente, di una grande struttura coercitiva che è il primo segno del carattere non prettamente pacifico di questo tipo di società.
Una società democratica giusta ed equa dovrebbe, infatti, avere poco bisogno di strutture coercitive, mentre nella situazione attuale la loro presenza è importante. Naturalmente, gli scopi e gli obiettivi della coercizione non sono solamente quelli della repressione, ma anche quelli della prevenzione. Tutto l’apparato serve non solo per punire i comportamenti di chi trasgredisce, ma anche per orientare i comportamenti della massa delle persone verso fini che garantiscano l’ordine sociale. In quest’ottica può fare di più della concreta azione delle forze dell’ordine la loro semplice presenza nel territorio. Naturalmente, quest’opera da parte dello Stato può essere realizzata meglio se invece che essere imposta con l’uso della forza si realizza con la ricerca del consenso. In questo sta la forza dello Stato democratico: nell’affermazione di valori che devono essere condivisi da più persone possibili.
Anche la criminalizzazione di un comportamento si basa sul consenso dei cittadini, ed anche qualora questo consenso non ci sia difficilmente qualcuno potrà mettere in discussione la potestà dello Stato di reprimere tali comportamenti. Il rispetto dello Stato, il rispetto della legge, anche se considerata ingiusta, è per molti un valore incontestabile. Sarebbe però un errore credere che questo controllo e questo consenso siano attuati al solo scopo di garantire semplicemente la conservazione delle strutture democratiche dello Stato . Lo Stato rappresenta, nella logica del sistema capitalistico, il garante della sopravvivenza di questo sistema, chiamato a coordinare a livello macroeconomico il suo sviluppo e a sopperire 3ai problemi che ciclicamente si ripresentano. Lo Stato può essere visto come l’armatura che racchiude e protegge il sistema economico, deputato alla sua difesa, a fargli da schermo, a frapporsi nello scontro tra le parti sociali, a mediare: com’è avvenuto in Italia nel caso della concertazione. Anzi progressivamente il ruolo dello Stato in questo senso acquista un peso sempre maggiore e la gestione stessa dello Stato sempre più ad essere valutata con criteri economici. I termini della questione non possono essere ribaltati. Pietra angolare di ogni ragionamento in questa ottica diviene l’economia e il sistema di produzione. E’ da qui che bisogna partire per capire il ruolo delle varie sovrastrutture, che possono esser viste come strumenti deputati al raggiungimento dei fini della struttura economica. E’ da qui che bisogna partire per capire il ruolo che le masse svolgono all’interno del sistema sociale e i condizionamenti che subiscono che, a livello individuale, sarebbero sempre funzionali a interessi economici come buona parte dei comportamenti che l’ordinamento giuridico permette o reprime.
E’ bene, quindi, citare Marx riguardo a questi rapporti:
“Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una struttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”
Per Marx, quindi, bisogna partire dalla vita materiale, e cioè dai rapporti di produzione, per capire lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici. Il capitalismo, perciò, creerebbe un mondo a sua immagine e somiglianza, ogni parte dell’esistenza sarebbe direttamente funzionale al suo modo di produzione. La morale, la religione, il diritto, lo Stato sarebbero tutti accomunati dal medesimo destino di essere servitori dell’obiettivo capitalistico.
Marx si basa sul lavoro di analisi delle caratteristiche del modo di produzione borghese per inserire sue considerazioni valutative su come questo modo di produzione potesse evolversi. Queste previsioni sono tra le parti più criticate del suo lavoro. La pretesa di trovare delle leggi di sviluppo della società immutabili, ai giorni nostri, si è rivelata fallace e si accompagna ad una generale disillusione che colpisce le scienze sociali. Del resto, anche Marx, in certi punti, affermava il carattere fluido della realtà: 4La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. L’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si dissolvono rapporti, idee e concetti, ogni cosa sacra è profanata e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Per Marx il mondo sensibile che circonda l’uomo non è una cosa data immediatamente dall’eternità sempre uguale a se stesso.
Del resto, Marx non poteva conoscere gli sviluppi che il sistema capitalistico avrebbe avuto da lì a centocinquant’anni, le nuove invenzioni e le nuove forme che l’organizzazione sociale ha assunto. Marx pensava, infatti, che la borghesia durante il suo dominio avesse creato delle forze produttive in misura molto maggiore di tutte le altre generazioni del passato messe assieme. Però, scriveva anche: Da questo momento le armi che sono servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo, si risolvono contro la borghesia stessa. Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le porteranno la morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari. Dopo che lo le stesse dinamiche del capitalismo favoriscono la nascita di una nuova classe sociale la stessa borghesia, sempre in lotta con l’aristocrazia, con parti della borghesia, con altre borghesie nazionali, favorisce il processo evolutivo del proletariato in quanto è costretta a valersi del suo aiuto e con ciò gli fornisce gli elementi della sua educazione, cioè armi contro se stessa. Sarebbe stata la borghesia stessa, insomma, a produrre “i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili”.
Ma, come ho detto prima, Marx non poteva prevedere tutto e sopratutto quale tipo di strumenti di educazione e di controllo sarebbero stati creati al fine di mantenere la struttura del sistema capitalistico che, nonostante le previsioni di Marx e un secolo e mezzo di storia e di evoluzione sociale, rimane per molti aspetti inalterata. Tra questi un ruolo fondamentale e da decenni crescente viene svolto dai media

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